Nicoli Cristiani: «Tangenti? Non ho mai preso soldi»

Ha passato in galera il Natale e il Capodanno, ma Franco Nicoli Cristiani non si piega: nonostante sia stato abbandonato dai colleghi di partito e inguaiato dai coimputati, l’ex presidente del consiglio regionale lombardo in quota al popolo delle libertà, ieri torna a protestare la propria innocenza e a rivendicare di non avere mai incassato un euro di tangenti in vita sua. Lo fa a Milano, nell’aula del tribunale del Riesame che deve valutare la sua richiesta di revoca dell’ordine di custodia. Se ammettesse qualcosa, forse Nicoli renderebbe più facile ai giudici concedergli almeno i domiciliari. Invece lui insiste: «Sono innocente», ripete il politico. «La mia verità è questa, io non ho preso soldi».
Sul tavolo ci sono alcune circostanze di fatto piuttosto ingombranti: l’incontro al ristorante «De Berti» di via Algarotti, il 26 settembre scorso, con il dirigente dell’Arpa Giuseppe Rotondaro (anche lui finito in carcere nel novembre scorso), che aveva appena ricevuto una mazzetta dall’imprenditore Pierluca Locatelli in cambio del via libera alla discarica di Cappella Cantone, nel Cremonese; il ritrovamento nella sua abitazione, al momento dell’arresto, di centomila euro in contanti, ovvero l’esatto ammontare della presunta mazzetta; le dichiarazioni di Locatelli, anche lui arrestato, che ha ammesso di avergli fatto avere i centomila euro e di avergliene promessi altrettanti.
La situazione era insomma talmente pesante da sconsigliare ai suoi legali di chiedere al tribunale la scarcerazione de per mancanza di prove. Nel ricorso, i difensori dell’ex presidente hanno puntato tutto sulla impossibilità per Nicoli di tornare a commettere reati analoghi in caso di scarcerazione, visto che si è dimesso da tutte le cariche politiche ed amministrative. Ma il pubblico ministero Paolo Filippini, sulla riga di quanto già scritto dal giudice preliminare nell’ordine di custodia, è tornato a sostenere che le manifestazioni di solidarietà arrivate comunque a Nicoli dopo l’arresto e le visite ricevute in carcere dimostrano tuttora il suo inserimento nel sistema politico lombardo e di conseguenza la sua pericolosità sociale.
La decisione del tribunale verrà resa nota tra qualche giorno insieme a quelle per gli altri indagati di questo filone, il funzionario Arpa Rotondaro e l’imprenditore Locatelli. Anche loro si sono rivolti al tribunale del Riesame di Milano, dopo che l’inchiesta sulla tangente a Nicoli - avviata dalla Procura di Brescia - è stata trasmessa per competenza al capoluogo lombardo.