Niente appello con l’assoluzione: Ciampi dice no

Per il Quirinale così la legge crea disparità tra le parti

Massimiliano Scafi

da Roma

Contraddittoria, «disorganica», «incongruente», addirittura «asimmetrica». Crea «disparità tra le parti» e incide «negativamente sui tempi del processo». Sovraccarica di lavoro la Cassazione, «muta le sue funzioni» e non riesce nemmeno a raggiungere l’obbiettivo di alleggerire la macchina giudiziaria, perché «l’effetto inflattivo dell’ampliamento è superiore a quello deflattivo derivante dalla soppressione dell’appello». Dunque per Carlo Azeglio Ciampi la legge Pecorella ha dei profili di «palese incostituzionalità» e richiede «una nuova lettura» parlamentare. Il no era scontato, nell’aria, ma arriva proprio mentre la maggioranza sta pensando di spostare di due settimane lo scioglimento delle Camere e l’inizio della campagna. Ciampi non gradisce. «Ma come - commenta con i suoi collaboratori -, non era stato proprio Berlusconi a parlare pubblicamente del 29 gennaio?». Tra Quirinale e Palazzo Chigi si apre quindi un altro fronte: nelle prossime ore toccherà al felpato tris di mediatori Gifuni-Letta-Pisanu cercare di disinnescare lo scontro istituzionale.
Sette giorni, una bocciatura flash. Dal Colle sottolineano il carattere «tecnico-giuridico» e non politico del giudizio e la velocità con cui la riforma è stata vagliata: il Parlamento ha tutto il tempo di riproporla e, eventualmente, di modificarla. Ma lo stop presidenziale è di quelli formalmente duri. La legge Pecorella viene infatti pesantemente respinta nella sua globalità, come si evince dalle motivazioni che il capo dello Stato ha spedito a Pera e Casini. «Il carattere disorganico e asistematico della riforma - si legge - è proprio ciò che sta alla base delle rilevate palesi incostituzionalità». C’è una questione di parità tra le parti, di «asimmetria tra accusa, difesa e parte civile». C’è, nel cambio di funzioni della Cassazione, un contrasto con l’articolo 111 della Costituzione. C’è «un aumento di lavoro» per la Suprema Corte. E c’è, in caso di mancata conferma del non luogo a procedere «una regressione del procedimento che ne allungherà i tempi» e quindi una «palese violazione al principio della ragionevole durata del processo». C’è infine «un’altra incongruenza»: il Pm «totalmente soccombente» non può proporre appello, mentre può farlo se ha ottenuto una condanna diversa da quella richiesta.
Perciò, niente firma: in sette anni, questa è la settima legge che Ciampi rinvia al mittente. Ma, al di là del merito giuridico, la scelta appesantisce il clima che si è creato con il Cavaliere sulla fine della legislatura. Secondo l’articolo 88 della Carta, tocca al capo dello Stato scegliere la data per il tutti a casa. Però poi spetta al Consiglio dei ministri convocare i comizi elettorali. Ciampi vuole sciogliere il 29, per mandare il Paese alle urne prima di Pasqua e non provocare lunghi vuoti di potere. Preferirebbe anche una campagna elettorale lunga: c’è un nuovo sistema proporzionale, sostiene, e c’è quindi bisogno di far capire bene le cose ai cittadini. La maggioranza invece, che ha diversi decreti da varare, intende ridurre al massimo i tempi della par condicio: se il presidente insiste con il 29, il governo potrebbe congelare il decreto sui comizi. C’è un solo precedente, che risale all’epoca di Pertini, dieci giorni di stop. Ora i tre mediatori tenteranno di evitare il braccio di ferro.