Niente aumento dei posti-letto: 23 lavoratori rischiano il posto

Per giustificare il taglio dei posti letto negli ospedali capitolini la giunta Marrazzo ha spesso sbandierato il proporzionale aumento nelle residenze sanitarie assistite (Rsa) e negli hospice. Ma è solo propaganda. I fatti parlano in maniera differente. Un esempio illuminante è quello della casa di cura Eugenio Morelli sull’Aurelia, che da due anni attende il via libera per incrementare una ventina di posti letto per la degenza in Rsa e la semiresidenzialità, avendo peraltro tutti i requisiti di rito poiché già prima delle richieste formali all’ente territoriale sono stati affrontati i lavori di adeguamento e assunto il personale necessario. Ed è proprio su questo personale aggiuntivo, in tutto 23 operatori sanitari, che se la Regione non consentirà l’incremento dei posti letto, si abbatterà il licenziamento.
Intanto, per sollecitare la pratica, l’amministrazione della clinica ha presentato un formale ricorso al Tar del Lazio in cui si definisce «incomprensibile il motivo per cui tra tutte le strutture sanitarie insistenti sul territorio regionale, comprese altre strutture che non hanno aderito allo schema di intesa regionale e che quindi non sono state riconvertite in strutture di sola Rsa, la casa di cura Morelli sia rimasta l’unica ancora in attesa dell’attuazione delle intese già sottoscritte nonostante le reiterate richieste, anche di incontri, negati». Il vicepresidente della commissione Sanità della Pisana Stefano De Lillo (Fi) ha chiesto un’apposita audizione per approfondire, con i rappresentanti della casa di cura e l’assessore alla Sanità Augusto Battaglia, le ragioni degli intoppi. «Non passa giorno - dice De Lillo - senza che un settore della sanità, pubblica o privata, sia costretto a denunciare le difficoltà o la crisi in cui è trascinato in virtù delle decisioni operate dalla giunta regionale. L’inspiegabile ritardo nell’attuazione degli accordi di riconversione per l’attivazione dei posti letto previsti per la casa di cura Morelli è paradossale perché sulla base di accordi stipulati ma non onorati dalla Regione la clinica deve mantenere a proprie spese il livello di servizio concordato pur vedendo inattuato tale accordo». È stata presentata una formale diffida contro la Regione visto che «la residenza continua a operare, da quasi un triennio, con un indice di occupazione dei posti letto del tutto inadeguato e per di più a tariffe di remunerazione inferiori a quelle vigenti». E questo malgrado le rassicurazioni verbali del direttore generale dell’Asl RmE - anch’esse riportate nel ricorso al Tar e nella diffida - rimaste però lettera morta assieme a tutti gli appelli più o meno formali presentati dalle rappresentanze sindacali per scongiurare il licenziamento degli operatori sanitari che, senza l’aumento dei posti letto, sono in esubero.