Niente cambi in corsa

L’ex maggioranza e l'opposizione guardano al Quirinale perché la situazione di crisi di governo mette in moto tutti i principali poteri presidenziali. In base a ciò, si elencano le scelte possibili del Capo dello Stato: dopo il giro di consultazioni, rinvio di Prodi alle Camere per verificare se ne ha la fiducia, reincarico per un Prodi-bis, incarico ad un'altra personalità politica con mandato da definire, governo tecnico per portare il Paese alle elezioni anticipate, sciogliemento delle Camere e quant'altro la fantasia politico-istituzionale può inventare.
Tutto questo ci riporta ai riti della Prima Repubblica, indubbiamente cari a chi critica questo bipolarismo, che sicuramente non è privo di difetti. E questo ritorno avrebbe la giustificazione del fatto che i poteri del Presidente della Repubblica sono sempre gli stessi poiché la sinistra vincitrice delle elezioni politiche del 9-10 aprile dello scorso anno è stata in grado di completare il successo facendo prevalere il «no» al referendum confermativo della riforma costituzionale che il centrodestra era riuscito ad approvare poco prima della fine della Legislatura.
Sull'esercizio pieno di questi poteri presidenziali fanno affidamento tutti coloro che intendono rimescolare le carte tra le forze politiche, tanto più che né a destra né a sinistra si sono costituiti i due grandi partiti di cui si parla da tempo. La tentazione è: ogni partito per sé e vediamo se si può mettere insieme una nuova maggioranza più o meno larga.
Pensiamo che il parallelismo non sia così automatico perché la consistenza numerica dei partiti, espressa in seggi parlamentari, non è più quella che si formava durante la Prima Repubblica, cioè su base proporzionale, quando ogni partito andava per proprio conto al voto e successivamente, dopo le consultazioni al Quirinale, si formava una maggioranza. Alcuni partiti - quelli dell'Unione - hanno usufruito del premio di maggioranza per cui il numero dei loro rappresentanti è gonfiato e qualsiasi nuova aggregazione ne porterebbe il vizio d'origine, ritenendo poco elegante applicare alla Costituzione il principio «chi ha avuto ha avuto».
Ne segue, a nostro parere, che il presidente Napolitano, eletto dopo il cambio della legge elettorale, e dalla maggioranza da questa espressa (con tanto di premio), ne subisce i limiti per cui dovrebbe muoversi nell'ambito delle due coalizioni in cui la legge elettorale ha ammucchiato i partiti, se intende rispettare lo spirito delle istituzioni e non la lettera, e soprattutto se vuole tenere conto del collegamento tra sistema elettorale e sistema parlamentare e di governo prodotto dalla legge elettorale stessa. In altre parole, può rinviare Prodi alle Camere, oppure può incaricare Prodi di formare un altro governo, purché con la stessa maggioranza che lo designò a proprio candidato-premier, ma non può avallare un governo diverso, né per quanto riguarda il nome del premier né per quanto riguarda la maggioranza che lo sostiene: ovviamente se si intende rispettare anche e soprattutto la volontà degli elettori che hanno scelto in base a ciò che loro era stato proposto: un leader e una coalizione di legislatura.
Nella riforma costituzionale del centrodestra era previsto un cambio di premier con la stessa maggioranza, ma la sinistra l'ha affossata. Forse adesso lo rimpiange. L'attuale legge elettorale, pertanto, vieterebbe di ripetere quello che accadde nel corso della Legislatura 1996-2001, quando Prodi fu sostituito da D'Alema, e poi questo fu sostituito da Amato.
Per cui o Napolitano rinvia Prodi alle Camere o lo incarica di formare un Prodi-bis con la stessa maggioranza: nell'uno e nell'altro caso, l'ottenimento della fiducia permetterebbe a Prodi di restare a Palazzo Chigi; altrimenti non resta che lo scioglimento delle Camere. Notiamo che è in atto da tempo una campagna demonizzatrice della legge elettorale in vigore: una campagna che torna utile se si vuole accantonarne il condizionamento istituzionale. E si preferisce dimenticare due fatti: che con questa legge la sinistra ha comunque vinto mentre se fosse rimasta la legge precedente avrebbe rivinto, e di larga misura, il centrodestra.
Detto questo a futura memoria, crediamo che si cercherà di passare allegramente sopra le leggi e la loro logica. Crediamo anche che Prodi e D'Alema dimenticheranno le parole pronunziate alla vigilia del voto del 21 febbraio: che se fosse stato negativo per il governo, non sarebbe rimasto che tornare al voto.