«Niente candidature per 5 anni ai condannati» Proposta di Fini per chi commette reati contro la pubblica amministrazione: «Se si approvasse questa legge col voto di tutti la gente direbbe “meno male”». Poi prende le distanze da Berlusconi: «I magis

RomaLa bacchetta magica non esiste. D’altronde, «il problema di come si arriva a gestire la cosa pubblica è una grande questione». Però, sugli «antidoti» si potrebbe iniziare a ragionare. E senza perdere di vista l’importanza della «certezza dei tempi in cui si viene giudicati», perché allora non pensare ad una «leggina di poche righe, in cui si afferma che chi è stato condannato con sentenza definitiva per reati contro la Pubblica amministrazione, non si può candidare per cinque anni»?
Da Marina di Pietrasanta, dov’è chiamato a presentare il suo ultimo libro, Il Futuro della libertà, Gianfranco Fini lancia una «proposta simbolo» (e «non un motivo di scandalo») in chiave anti-corruzione. Convinto com’è che «se domani il Parlamento l’approvasse con il voto di tutti, la pubblica opinione direbbe “meno male”. Ovvero reagirebbe positivamente. E le istituzioni guadagnerebbero un tassello di fiducia in più». Comunque sia, trattasi di un problema bipartisan, come testimonia l’arresto di due esponenti politici (uno Pd, uno Pdl) a Trezzano sul Naviglio: «Nessuno può ergersi a giudice e porre la questione morale nei confronti degli altri».
Nell’attesa che si discuta il da farsi, il presidente della Camera torna a rigettare lo scenario di chi ipotizza una nuova Tangentopoli. «Anch’io sono convinto che non ci sia», rimarca durante l’incontro al Caffè della Versiliana. In realtà, siamo dinanzi a un «fenomeno di malcostume», a «casi di chi se ne approfitta». Detto questo, «non è sufficiente essere arrestati per essere automaticamente dei delinquenti». Lo evidenziano i casi di alcuni personaggi messi per questo motivo «alla gogna».
Ma si dovrebbero vergognare, come afferma Silvio Berlusconi, i magistrati che indagano sugli appalti della Protezione civile? «No, no», è la premessa. A cui segue un ragionamento articolato: «È notorio che il capo del governo usa espressioni molto dirette, perché ritiene di essere al centro di un particolare accanimento da parte di alcune procure. Ma al netto di questa espressione, che lascia il tempo che trova, il compito della politica è quello di riformare la cosa pubblica e quindi, sì, garantire che ci sia una giustizia in tempi brevi e certi, ma anche che autenticamente giusta, basata su quell’equilibrio necessario che oggi molte volte non c’è».
Si passa al capitolo Regionali. E Fini considera «inopportuno candidare pm che hanno svolto indagini laddove si presentano in lista». Evidente il riferimento a Lorenzo Nicastro, magistrato e capolista Idv in Puglia, che da pm ha indagato per nove anni il ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto. Sul versante riforme, invece, l’auspicio della terza carica dello Stato rimane costante: «Finita la consultazione elettorale di fine marzo, che è importantissima, si parta finalmente con un disegno di riforme della Costituzione, affrontando quei punti su cui c’è una larga condivisione». Ad esempio: Senato federale e riduzione del numero dei parlamentari. «Le regole del condominio è bene costruirle insieme. Non è però uno scandalo, e lo dico alla sinistra - aggiunge - se la maggioranza fa le riforme con i suoi numeri, perché lo prevede la Costituzione. Ma ricordiamoci, e lo dico stavolta alla maggioranza, che poi c’è il giudizio del referendum».
Fini si spinge pure oltre: «Valutiamo poi anche come regolare i rapporti tra potere esecutivo e legislativo». Per il cofondatore del Pdl, «i tempi non sono maturi per una riforma condivisa sulla forma di governo, ma credo, ad esempio, che Bersani non sarebbe contrario a modificare il fatto che il presidente del Consiglio, ormai eletto dal popolo, e questo lo dico tra virgolette, non può cambiare un ministro che non ha più la sua fiducia senza avviare una crisi di governo». Per l’inquilino di Montecitorio, la «migliore» forma di governo rimane sempre «quella di tipo presidenzialista. E non è vero che in questo caso il Parlamento viene messo in un angolo. Basta chiederlo ad Obama...».
Si chiude con il Pdl. «Non può esistere una ortodossia all’interno di un soggetto così grande», rimarca Fini, secondo cui, soprattutto sui temi etici, «ci sono momenti in cui bisogna confrontare le opinioni, senza anatemi per chi la pensa in modo diverso».