Niente carcere per la poetessa della jihad

da Londra

È riuscita ad evitare la prigione la «terrorista poeta» Samina Malik, la 23enne musulmana che, mentre lavorava come commessa in un negozio dell’aeroporto di Heathrow, scriveva sul retro delle ricevute poemi ispirati alla jihad che parlavano di come si decapita un ostaggio. La donna è stata condannata a nove mesi con la condizionale dopo che un rapporto ha concluso che non rappresenta un pericolo e non commetterà nuovamente i reati per cui è stata incriminata.
La Malik è inoltre stata assolta da un’altra accusa, quella di possesso di manuali ed altri stampati per possibile uso terroristico, dopo che la giuria ha concluso che, sebbene sul suo computer fossero stati ritrovati la «dichiarazione di guerra» di Osama Bin Laden e materiale correlato alla fabbricazione di bombe, la ragazza non deteneva il materiale allo scopo di commettere attentati.
Originaria di Southall, a ovest di Londra, la Malik è la prima donna ad essere stata accusata secondo le nuove misure di sicurezza britanniche che considerano un reato il possesso di simili testi e l’incitazione al terrorismo. In uno dei poemi che scriveva mentre si trovava al lavoro, la giovane aveva affermato: «Il mio desiderio per il martirio cresce giorno dopo giorno». Altri versi recitavano invece: «Facciamo la jihad, mettiamoci in prima linea, tagliamo le teste ai maiali miscredenti».
La ragazza ha raccontato di essersi scelta il soprannome di «terrorista poeta» perchè le piaceva, ma di non essere assolutamente una terrorista. Il suo avvocato ha affermato che negli ultimi tempi la giovane si era lasciata influenzare da cattivi esempi ma che non aveva intenzione di fare male a nessuno. Il giudice ha detto che ciò che la Malik ha fatto è «appena fuori dai limiti» delle accuse nei suoi confronti e che la ragazza «è di buon carattere», e viene da una «buona famiglia rispettosa della legge che è assolutamente sconvolta» da ciò che la giovane ha fatto. Visto che la Malik aveva già scontato cinque mesi di carcere dal suo arresto lo scorso ottobre, il giudice ha deciso per i nove mesi con la condizionale, più 12 mesi di lavori socialmente utili.
Muhammad Abdul Bari, segretario generale del Muslim Council of Britain, la più grande associazione musulmana britannica, ha accolto con sollievo la sentenza e affermato che ai suoi occhi ciò che la ragazza aveva fatto non rappresenta un reato. «Molti giovani scaricano materiale discutibile da internet, ma sembra che soltanto nel caso dei musulmani ciò porti ad una condanna, anche quando non si ha alcuna intenzione di far male a qualcuno».