Niente cibo: Eluana inizia a morire lentamente

Un tappino giallo di 7 millimetri di diametro le ha bloccato la cannetta dell’alimentazione. Adesso gli occhi saranno sempre più infossati e la pelle, per la disidratazione, diventerà sempre più ruvida. <strong><a href="/a.pic1?ID=326783">Ecco le prove che è viva</a></strong>: deglutisce, muove gli occhi e respira senza macchine

Udine - Avrà un diametro sì e no di sette millimetri quel minuscolo tappino giallo. Sono cinque minuti, cinque minuti buoni, che se lo rigirano tra le mani il dottor De Monte e il professor Defanti.

Pesa un niente, quel tappino giallo. Ma è come se fosse affilato più della lama di una ghigliottina. Se stringesse più del cappio, attorno al collo di un farabutto d’altri tempi. Bisogna decidersi, bisogna pure che qualcuno lo faccia. Bisogna pur mettere quel minuscolo tappo. Che chiuderà il sondino e lascerà Eluana ad avvizzire nella sua morte lenta e straziante. L’importante è non guardarla, Eluana. Non incrociare il suo sguardo «assente», nemmeno per un istante.

Altrimenti altro che uscirne devastati come medici e come uomini. Forse è per questo motivo che nessuno dei due volontari, che fan parte di questa sinistra e inquietante squadra, ha pensato bene di schiudere, almeno un poco, le veneziane grigie che schermano la finestra di questa stanza della Quiete. Non sarà una gran giornata oggi, vero. Ma le nuvole imbronciate, che promettono pioggia sono pur sempre luce. Più luce di queste fioche lampade, che non sfregiano il letto di legno chiaro su cui giace Elu, ma, ancor peggio, tratteggiano attorno a quel letto, i contorni sfumati di ombre. Sempre e soltanto ombre. Come si accompagna una giovane donna, come lei, al patibolo? E quanto tempo ci si metterà ad accompagnarla? Se fosse l’istante di un’iniezione letale sarebbe semplicemente il tempo di un istante. Se ci fosse da percorrere il Miglio Verde che la separa dalla sua sedia elettrica si potrebbe calcolarlo con discreta approssimazione. Domande che affiorano nell’aria capposa di questa camera di diciotto metri quadrati. Perché non c’è nessun Miglio Verde da percorrere, perché Eluana non lascerà mai più questo giaciglio di legno chiaro. E non imboccherà mai quel corridoio, là fuori. Nemmeno per far finta di sorridere ai suoi nuovi amici della Quiete, quei vecchietti persi nel vuoto dell'Alzheimer. Non c’è alcuna iniezione, alcuna ghigliottina, questa volta. C’è soltanto questo tappino giallo che la mano più coraggiosa, o più incosciente, infila per chiudere il sondino e separarlo per sempre dalla sacca del nutrimento vitale. Il percorso di morte, adesso che il giorno si fa giorno, adesso sì che può cominciare. E nel giro di quarantott’ore sarà comunque un processo irreversibile. Sarà strazio, questo è sicuro. Saranno occhi che diventeranno adagio adagio sempre più infossati. E sarà un peccato per quegli occhi dolcissimi. Saranno labbra e guance e mani e pelle che, per la disidratazione, diventeranno ruvide come carta vetrata. Lo sanno bene quelle quattro ombre che si aggirano attorno al capezzale di Eluana. Ma un patto è un patto. In fondo, sembrano dirsi reciprocamente quelle quattro ombre, è un giuramento deontologico alla rovescia: bisogna difendere la morte e non la vita, per una volta. Non sarà poi così difficile. Come non è stato in fondo così difficile, approfittando di una momentanea distrazione di Ippocrate, prender per mano una ragazza dai lunghi capelli neri e dalle pelle di pesca e spingerla sul baratro della morte. Farla precipitare, con la grazia e la delicatezza artificiale dei sedativi, dalla Rupe Tarpea. Riaffiorata solo per lei, dopo accurati scavi archeologici nelle coscienze. Le coscienze che anche le ombre dovrebbero avere. Ma intanto il più è stato fatto, che diamine. Adesso si può solo aspettare. Si può persino alzare quella tendina grigia della finestra che dà su via Pracchiuso. Un po’ di chiasso, un po’ di vita si può anche guardare. Dando le spalle a Eluana. E si può anche cominciare un nuovo turno. Altri due volontari, che entrano nella stanza attigua al loculo di Eluana. Che si cambiano e indossano un’asettica uniforme. Che ha il solo difetto di non impedire che il cuore sussulti, entrando in questa camera dalle pareti di un paglierino irritante. Per il resto i guanti di lattice sono solo un pro forma. Anche l’assistenza, sussurriamolo a gran voce, è soltanto un pro forma. Non c’è polso da sentire, pressione da misurare, né cuore da auscultare. Basta lasciarla lì, Eluana e quel «guardarla a vista» 24 ore su 24 non significa necessariamente guardarla negli occhi. Rieccoli, nel primo pomeriggio, quei suoi colpi di tosse. Clinicamente parlando è soltanto catarro che va, o meglio, andrebbe aspirato. E se invece fosse un altro dei suoi stratagemmi per allertare il mondo, per segnalare la sua presenza viva? Le suorine di Lecco c’erano abituate a quella tosse e correvano ai ripari anche senza i guanti di lattice. La mettevano seduta, Eluana. Così le cose andavano subito meglio. Poi, dopo, Elu poteva tornare a riposare sul suo materasso ad acqua. Che è un sollievo tra i sollievi quando si vogliono evitare le piaghe da decubito. Ma il materasso ad acqua non è previsto dal protocollo di attuazione di questa sentenza di morte. E nemmeno è previsto che Eluana venga girata, di tanto in tanto, per evitarle gli arrossamenti. Allora anche gli arrossamenti diventeranno stilettate insopportabili. Respira, Eluana. Respira senza affanno, quando il suo primo giorno dei suoi ultimi giorni sta sfumando nella notte. E anche le ombre non possono far a meno di percepire quell’alito di vita.