Niente effetto Moody’s: delusi gli avvoltoi

Come è spesso accaduto in passato, i «ragazzotti delle agenzie di rating» (definizione calzante dell’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio) hanno ancora una volta fatto cilecca. Una retrocessione così pesante come quella italiana, di ben tre gradini, avrebbe dovuto provocare uno tsunami sui mercati finanziari. E invece, guarda un po’, le Borse europee hanno fatto festa grande con rialzi fra il 4 per cento, a Milano ad esempio, e il 5 per cento di Francoforte. Nessuno, proprio nessuno, ha preso nella minima considerazione il downgrading del debito italiano comunicato martedì sera da Moody’s.
Si è trattato di una mossa abbondantemente annunciata, e scontata dai mercati. Al contrario degli auspici di molti, nella giornata di ieri si è perfino ridotto il differenziale di rendimento fra titoli italiani e tedeschi, il cosiddetto «termometro della fiducia». E così, si sprecano le facce lunghe fra chi - politici d’opposizione e magari anche qualcuno di maggioranza, economisti vari, fautori di governi tecnici e gufi in generale - sperava in un bagno di sangue, che avrebbe inevitabilmente portato il governo e il suo capo sull’orlo delle dimissioni.
Nulla di tutto questo è accaduto. Anzi, vi è stato un unanime riconoscimento dei progressi compiuti sulla strada del risanamento. La stessa cancelliera Angela Merkel, spesso poco tenera, ha affermato che «l’Italia ha tutte le possibilità di riconquistare la fiducia dei mercati se manterrà fede ai suoi impegni». A sua volta, il Fondo monetario internazionale ha ricordato che «i conti pubblici italiani non sono mai stati buoni come in questo momento. L’Italia - ha spiegato il direttore per l’Europa del Fmi, Antonio Borges - è tra i pochi Paesi a poter vantare un avanzo primario in attivo, migliore di quello tedesco. Ad Italia e Spagna - ha aggiunto Borges - non serve un programma di aiuti, anche se sono penalizzate dall’aumento dei tassi d’interesse». La Commissione europea ha infine rimarcato come il nostro Paese sia impegnato «con serietà in considerevoli sforzi per il consolidamento dei conti. Le manovre di luglio e settembre vanno nella direzione giusta. Dunque - ha concluso il portavoce del commissario Olli Rehn - la retrocessione di Moody’s non cambia le nostre valutazioni».
Qualcuno potrebbe obiettare che l’exploit delle Borse deriva dall’ipotesi, confermata dalla Merkel nel corso di un incontro a Bruxelles con il presidente della Commissione Ue, Manuel Barroso, di un piano di ricapitalizzazione delle banche europee. L’ammontare dell’intervento dovrebbe essere compreso fra i 100 e i 200 miliardi di euro. È certamente così. Ma il dato che più colpisce è il restringersi dello spread, il differenziale di rendimento, fra i nostri Btp decennali e l’analogo Bund tedesco. Il declassamento di Moody’s non ha avuto alcun effetto negativo, e questo «termometro della fiducia» è ritornato su livelli meno caldi rispetto ai giorni scorsi, a 368 punti base. Avrebbe dovuto succedere il contrario, dopo la retrocessione.
Prima che le Borse si mettessero a volare, i grossi calibri dell’opposizione, da Bersani a Casini, avevano utilizzato il declassamento di Moody’s come arma impropria. «Una mazzata», l’aveva definito il segretario democratico; «la goccia che fa traboccare il vaso», aveva accusato il leader dell’Udc. Mentre Di Pietro aveva evidenziato la «crisi di credibilità» del governo. Ma di fronte a un indice Mib in progresso di circa il 4 per cento, a un indice di Francoforte che sfiora il 5 per cento nonostante un’ora di chiusura per un allarme bomba, ai listini di Parigi e Londra in progresso del 4,33 per cento e del 3,19 per cento, una cortina di silenzio è calata nell’opposizione. «I principali detrattori dell’Italia sono gli esponenti dell’opposizione», ha rilevato il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto. E non a pochi è sfuggita la contraddizione di una sinistra che sostiene le agenzie di rating, proprio quelle messe sotto accusa per il loro contributo alla crisi, pur di attaccare il governo.
Esiste, certamente, una questione di crescita dell’economia. Il governo si propone di affrontarla con un «decreto sviluppo», che oggi sarà al centro di un vertice di maggioranza. Telecomunicazioni, infrastrutture e semplificazioni burocratiche costituiranno il cuore del provvedimento.