Niente libertà per i due tunisini di Guantanamo

MilanoDopo sette anni passati nel carcere di Guantanamo, Nasri Riad è un uomo confuso. Il gip milanese Guido Salvini inizia un interrogatorio che durerà oltre due ore. Il tunisino domanda: «Mi avete già condannato?». Il giudice spiega che no, non l’hanno condannato, e che il processo deve ancora iniziare. Poi passa alle contestazioni. «Non ne so nulla», ribatte Nasri. L’accusa, però, è pesante. Terrorismo internazionale. Assieme a lui è arrivato a Milano un secondo tunisino. Si tratta di Adel Ben Mabrouk, già barbiere nell’istituto di cultura islamica di viale Jenner a Milano, che sarà sentito nei prossimo giorni. Entrambi sono stati trasferiti lunedì sera in Italia dalla base americana di Cuba, grazie agli accordi internazionali tra Roma e Washington. E nessuno dei due tornerà a breve in libertà. La loro custodia cautelare riparte da zero. E questo nonostante siano rimasti rinchiusi nel carcere speciale per oltre 7 anni.
Nasri Riad, come si legge nell’ordine di cattura firmato dallo stesso Salvini nel giugno di due anni fa, è indicato come «promotore e organizzatore» di una cellula terroristica attiva a Milano (e in parte inserita nella moschea di viale Jenner) legata al Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento che «operava in diretto collegamento con una rete di analoghi gruppi attivi in altri Stati europei» secondo un «programma inquadrato in un progetto di jihad intesa secondo l’interpretazione della religione musulmana propria dell’associazione». Ossia, «nel senso di strategia violenta per l’affermazione dei principi “puri” di tale religione anche utilizzando la disponibilità di taluni associati ad azioni suicide in Italia ed all’estero». In particolare, Nasri (il cui spessore, secondo gli investigatori, è superiore rispetto a quello di Mabrouk) avrebbe «organizzato la logistica dei mujaheddin provenienti dall’Italia accogliendoli presso la “casa dei fratelli tunisini” per poi inviarli nei campi dove venivano addestrati all’uso delle armi e la preparazione alle azioni suicide», «organizzato e finanziato il rientro dei mujaheddin in Occidente e in particolare in Italia a Milano, curando anche gli aspetti relativi ai titoli di viaggio e ai documenti di identità», e infine «promosso e raccolto i finanziamenti provenienti dall’Italia per finanziare l’attività di addestramento e i suoi aspetti logistici». E di questo il tunisino ha parlato davanti al giudice nel corso dell’interrogatorio che - alla fine - è stato secretato. Ma non solo. Perché dal faccia a faccia col giudice sono emersi anche alcuni dettagli sul suo trasferimento a Guantanamo. Secondo Nasri, infatti, sarebbero stati gli uomini del Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan (il cosiddetto «fronte del Nord») a consegnarlo nel 2002 agli americani. E proprio su questo passaggio, così come sulla sua permanenza nella base cubana, la Procura sembra interessata a fare chiarezza. Ma le brutte notizie per Nasri arrivano anche da Bologna. La Digos del capoluogo emiliano, infatti, gli ha notificato un’altra ordinanza di custodia cautelare, relativa a un’inchiesta della fine anni Novanta su una cellula che avrebbe fornito supporto (alloggi, denaro e documenti falsi) ai qaidisti attivi in Europa. Ben Mabrouk, invece, davanti al giudice deve ancora presentarsi. A sentirlo, probabilmente già domani, sarà il gip Giuseppe Vanore. Il nome del tunisino, 39 anni, compare in un’altra indagine (del 2003) su una diversa cellula qaidista sospettata, tra l’altro, di aver progettato attentati al Duomo di Cremona e alla metropolitana milanese.
L’Italia, intanto, conferma la propria disponibilità ad accogliere altri detenuti di Guantanamo. «Abbiamo fatto quello che dovevamo - ha spiegato il ministro degli Esteri Franco Frattini -. Gli Stati Uniti ci hanno chiesto di accogliere altri detenuti e ci hanno dato una lista di nomi che stiamo esaminando». Dal ministro Maroni, invece, arriva una rassicurazione. L’estradizione dei due tunisini non comporta «nessun problema per l’ordine pubblico».