Niente romanzo? Non sei uno scrittore

Poeti laureati, saggisti autorevoli, giornalisti doc. Eppure, se non puoi sfoggiare nel curriculum il genere letterario per eccellenza non sei nessuno

Delizia per i lettori, croce per gli scrittori: è il romanzo. Questo vecchio oggetto dal nome inguaribilmente ottocentesco piace al pubblico (e quindi agli editori) ma causa dolori a quegli autori che non sono romanzieri nati e che lo percepiscono come un male necessario, una prova da superare per ottenere la laurea di scrittore con la «S» maiuscola. Caso esemplare è quello di Domenico Rea, come lo si ricava dalla dettagliata cronologia contenuta nel nuovo Meridiano Mondadori. Il povero Rea fu perseguitato per tutta la vita dall’incubo del romanzo. La Mondadori usò l’arma degli anticipi, molto efficace con un autore così a corto di quattrini, per allontanarlo dagli amati racconti. «Il pubblico ormai da Lei aspetta una soluzione letteraria più ampia e omogenea», gli scriveva Arnoldo Mondadori. E quando non era l’editore padre era l’editore figlio, Alberto, a cercare di far entrare nella zucca di Rea un’idea incombente oggi come allora: l’indispensabilità del romanzo nel curriculum di uno scrittore.
Perfino il romanzo italiano per eccellenza, I promessi sposi, pare sia stato partorito controvoglia. Secondo Manlio Cancogni, che ne ha scritto in Sposi a Manhattan (Diabasis), Manzoni cominciò a metterci mano solo quando si accorse che le forme letterarie usate fino a quel momento (poesie, tragedie...) lo confinavano in un ambito ristretto, mentre le motivazioni pedagogiche del suo agire letterario gli imponevano la ricerca di un pubblico più vasto. Passano i secoli ma non passano le motivazioni. Dopo una lunga serie di testi saggistico-eruditi, riservati ai pochi eletti della cerchia francesistica e dandy, Giuseppe Scaraffia è approdato al romanzo (Sorridi, Gioconda!, Mondadori) grazie a un ragionamento analogo: «È indispensabile trovare un genere intermedio, che sia letto davvero, in cui far passare idee e conoscenze del passato che altrimenti rischiano di scomparire». Anche Giuseppe Conte parla del romanzo come di un mezzo potente e capiente su cui caricare merci che l’adorata poesia non potrebbe reggere: «Se ho in mente personaggi e trame, avventure e destini, mi sembra il canale di espressione migliore». Il vecchio vituperato romanzo continua ad avere una marcia in più. Mai e poi mai Pietrangelo Buttafuoco sarebbe riuscito a instillare a mezza Italia il dubbio sulla vera natura dello sbarco angloamericano in Sicilia, se non avesse pubblicato Le uova del drago. Eppure sui giornali lo aveva scritto un milione di volte che nel 1943, nell’isola, ci fu un’invasione e non una liberazione. Niente da fare, la verità comincia a essere riconosciuta come tale solo quando entra a far parte di un romanzo, il che suona paradossale per un genere che si nutre programmaticamente di fantasia.
Così come accadde a suo tempo a Domenico Rea, due raccontisti stanno per capitolare. Prossimamente sia Andrea Di Consoli che Giulio Mozzi pubblicheranno il loro primo romanzo. Entrambi sono anche direttori o consulenti editoriali (il primo di Avagliano, il secondo di Sironi) e il loro ostinarsi a scrivere testi brevi era un’incoerenza rispetto al ruolo che impone, oggi come al tempo di Arnoldo Mondadori, di stimolare nuovi e vecchi autori a partorire romanzi. Entrambi negano di respingere a priori i racconti ma poi Mozzi con un po’ di vergogna confessa: «Non che mi piaccia dirlo, ma con due persone che mi hanno presentato dei racconti dicendomi di avere in corso d’opera un romanzo ho preso tempo. Vediamo prima il romanzo, ho detto, ai racconti ci penseremo dopo, semmai». Cesare De Michelis (Marsilio) non indirizza in alcun modo gli autori e si limita a giudicare ciò che gli viene proposto, senza suggerire modifiche o cambi di rotta. Non crede nell’editing e nelle formule premeditate, sarebbe troppo bello che bastasse la scritta «Romanzo», piazzata in copertina sotto il titolo, per garantire il successo di un libro. Mario Andreose che è la memoria storica della Bompiani va a caccia di eccezioni e le trova in Flannery O’Connor e Pino Roveredo, due raccontisti di successo. Antonio Franchini della Mondadori aggiunge alla lista Raymond Carver ma infine deve ammettere: «Il romanzo è il genere-principe». Per trovare qualcuno che non nutra alcuna soggezione verso il sovrano delle forme letterarie bisogna rivolgersi a chi non ha responsabilità editoriali. Loredana Lipperini è giornalista, blogger, antologista e ottimista: «Non credo che oggi il romanzo sia il passaporto per la letteratura, uno scrittore deve saper cimentarsi con varie forme e vari mezzi, web incluso. Chi accetta di confrontarsi su internet con i lettori sta percorrendo la strada più interessante e innovativa della narrativa italiana». Sarà, ma se tutti quelli che scrivono su internet sono scrittori, siamo tutti scrittori e nessuno lo è. Ammesso che il romanzo non sia indispensabile nella carriera di uno scrittore, è comunque utilissimo a non far crollare gli scaffali delle librerie, grazie al suo effetto scrematura: scriverlo è lungo e laborioso, molti autori si perdono per strada risparmiandoci tanti libri non indispensabili.