«Niente soldi a De Benedetti: li prenderebbero le banche»

DEBITI Chiesta la sospensiva. Il Biscione: Cir non potrebbe restituire i 750 milioni se la sentenza venisse ribaltata

Milano Un provvedimento d’urgenza per congelare gli effetti della sentenza di Raimondo Mesiano, il giudice che ha condannato la Fininvest a risarcire 750 milioni a Carlo De Benedetti. E, successivamente, un processo d’appello per azzerare quella sentenza. Sono queste le due richieste che gli avvocati di Fininvest hanno presentato alla Corte d’appello di Milano, con il ricorso deciso la settimana scorsa dal consiglio d’amministrazione del gruppo di Silvio Berlusconi e depositato ieri mattina.
La prima battaglia, quella che farà sentire più a breve termine i suoi effetti, è la richiesta di sospensione dell’efficacia della sentenza Mesiano. Tecnicamente si chiama «inibitoria», ed è una possibilità che il codice di procedura civile prevede solo in casi straordinari: la normalità, infatti, è che le sentenze di primo grado vengano subito eseguite. Ma questo, sostengono gli avvocati del Biscione, è per l’appunto un caso straordinario, perché straordinario - anzi, assolutamente privo di precedenti - è l’importo che Fininvest dovrebbe pagare all’Ingegnere.
Fininvest, si legge nel ricorso, è una azienda solida. Ma subirebbe ugualmente danni irreparabili se dovesse togliersi di tasca 750 milioni: perché sarebbero risorse sottratte allo sviluppo dell’azienda, indispensabile in una fase di trasformazioni tecnologiche e di contenuti del mondo della comunicazione. Piani di sviluppo già programmati, sostengono i legali, dovrebbero venire cancellati. E il ritardo che così Mediaset - la principale controllata di Fininvest - accumulerebbe per effetto di questo gigantesco salasso non sarebbe recuperabile, anche se tra due anni la sentenza d’appello dovesse ribaltare la decisione di Mesiano.
Ma c’è di più. Nel ricorso, gli avvocati di Fininvest mettono in dubbio la possibilità di De Benedetti di restituire la somma, nell’eventualità che la Corte d’appello annullasse la sentenza di primo grado. Confrontando il patrimonio della Cir - la holding di De Benedetti - e la sua esposizione nei confronti delle banche, il ricorso afferma che se l’Ingegnere incassasse oggi 750 milioni di euro questi potrebbero finire pressoché direttamente agli istituti di credito. E riaverli indietro potrebbe risultare per la Fininvest, in caso di vittoria, assai problematico.
In sostanza, quindi, Fininvest chiede di poter andare al processo d’appello a bocce ferme, senza mettere mano al portafoglio. Anche perché - affermano gli avvocati - la Corte d’appello di Milano non potrà fare altro che annullare la sentenza pronunciata da Mesiano. La condanna della Fininvest a risarcire oggi con 750 milioni la sconfitta dell’Ingegnere nella «guerra di Segrate» del 1991 per il controllo della Mondadori viene attaccata su tutti i fronti. È vero che uno degli autori della sentenza decisiva, il giudice Vittorio Metta, è stato condannato per corruzione insieme a Cesare Previti. Ma questo non significa, secondo il ricorso, che quella sentenza (che assegnò a Berlusconi la Mondadori) fosse sbagliata, tanto che gli altri due giudici che la firmarono ne rivendicano ancora oggi la correttezza. Senza dimenticare, si legge ancora, che la lunga vicenda si concluse in realtà con reciproca soddisfazione con la spartizione dell’impero editoriale: a Berlusconi i libri e le riviste, a De Benedetti Repubblica, l’Espresso e i giornali locali.