"Niente soldi? Meno pièce barocche e più parole vive"

Luca Ronconi, direttore artistico del Piccolo, spiega come il teatro può affrontare la crisi: "Spingo gli allievi a far a meno delle apparenze". E rivela: "Non dobbiamo stupire ma sollecitare domande"

Gentile e disponibile come sempre, con l'aria ironica di un gentleman che irride spavaldo agli inconvenienti fisici che gli inibiscono quella mobilità che lo vedeva saltare come un fringuello da un capo all'altro del Belpaese, Luca Ronconi smentisce, alla vigilia della messa in scena del Mercante di Venezia (la prima sarà il 9 dicembre), con calore che in Italia si viva un periodo di crisi. Perbacco, non è provocatoria una simile insinuazione?, gli chiedo allarmato. E lui di rimando: «Non nego che la crisi ci sia, ma detesto ci si ripari dietro questa parola per giustificare la mediocrità di troppe scelte». Ma non può negare che la minore disponibilità finanziaria sacrifichi la progettualità, l'invenzione, insomma quella fantasia al potere di cui lei è stato l'araldo. Mi sbaglio? «Non sbaglia, ma non si rende conto di star parlando con un eterno ottimista».

Ma nei suoi spettacoli si è sempre respirata la malinconia del pessimismo...
«Questo è vero fino a un certo punto. Un conto è veder tutto con gli occhiali color di rosa del Mago di Oz e un conto è ragionare con determinazione».

Ovvero?
«Ovvero scorgendo in questo periodo di difficoltà le spinte positive che nel teatro, specchio della società, premono per uscire allo scoperto».

Può farne un esempio concreto?
«Se mi parla dei tagli ministeriali, le rispondo che la questione non è di mia competenza. Perché? Il Piccolo ha un direttore di nome Escobar e un delegato artistico: il sottoscritto».

D'accordo ma non potrà negare che la riduzione dei budget, pesando sugli allestimenti, non la costringa a decisioni diverse da un tempo...
«Distinguiamo. Ieri tutto costava di meno e i teatri pubblici potevano permettersi delle scelte in linea coi parametri del teatro europeo. E non solo perché lo Stato dava di più, ma perché Zurigo, Vienna o Parigi erano interessati a coprodurre con noi. Mentre oggi che paradossalmente siamo in Europa ognuno vuol ritagliarsi uno spazio più nazionale che internazionale».

Questo ci riporta ancora una volta alla crisi. Dato che anche gli spettacoli targati Ronconi pesano assai di meno sul piano economico...
«E questo lo vede come un male? Io, da quando sono a Milano, al barocchismo dell'invenzione ho preferito il rigore dell'analisi».

In che senso?
«Senza togliere nulla ai meriti di Strehler qui, nel solo Teatro d'Europa del nostro Paese, in ogni testo ho individuato non una bella lettura da offrire ma un problema concreto da affrontare. Come nel Mercante di Venezia: il problema è l'usura, quella del denaro e quella dei sentimenti, che impediscono agli eroi che popolano questa vicenda di conoscere se stessi. Mentre in Lolita la domanda era “Cosa sappiamo dell'eros?” e in Infinities come ci comportiamo di fronte all'universo che ci circonda».

Ma questo passaggio dalla favola alla scienza non sarà dovuto almeno in parte alla drastica riduzione dei fondi pubblici?
«No. È dovuto innanzitutto alla scuola che dirigo. Ai ragazzi ripeto che il nostro non è un modo di apparire ma di esplorare noi stessi. Se il vostro scopo è mostrarvi, gli dico, avete sbagliato tutto. C'è già la televisione. Mentre, se volete sbalordire, affrontate il cabaret che vi impone di stupire con l'effervescenza a scapito della sostanza. Se invece volete imparare a pensare, eccomi qui a darvi una mano».

Questo che vuol lasciare in eredità ai giovani di oggi, gli attori di domani del Piccolo?
«Mi preoccupo di inculcare un'etica prima che un'estetica. Quella che, anche senza di me, ha già dato dei frutti».

Può spiegarsi meglio?
«Oggi, per fortuna, gli attori agli inizi non fondano compagnie ma gruppi di lavoro. Come in passato non era mai accaduto».

Ed è un bene?
«Certamente dato che, ciascuno a suo modo, rilegge un testo non per stupire ma per sollecitare domande. Le stesse che io formulerò fino all'ultimo respiro».

Mi auguro che il «Mercante» non sia il suo spettacolo d'addio, ma un arrivederci alla prossima stagione...
«In futuro, voglio fare uno spettacolo all'anno per incidere a fuoco nel vivo delle coscienze. Persino a costo di finanziare ciò che mi sta a cuore: il solo sistema che conosco per abbattere la crisi».