Il niet di Bertinotti sul ritiro

Arturo Gismondi

Puntuale come una cambiale, in scadenza ogni sei mesi, si riapre per il centrosinistra il tormentone del voto sul rifinanziamento delle nostre missioni militari all'estero, in particolare sulla presenza dei nostri soldati in Irak. È un tormentone destinato puntualmente a risolversi in una cattiva figura, in una divisione nel voto o nelle motivazioni, destinato soprattutto a riproporre agli occhi dell'opinione pubblica l'interrogativo, proposto di recente da Rutelli, di come sarà possibile governare l'Italia fra un anno, ove l'Unione prodiana dovesse vincere le elezioni, in presenza di lacerazioni che riguardano la politica estera del Paese.
La verità, confidava nei giorni scorsi un deputato della Margherita, è che l'Ulivo, o Unione, questo appuntamento non ha saputo né evitarlo né affrontarlo in modo decente, tenendo conto degli interessi italiani. Sul modo di evitarlo, l'amico deputato indica una formula basata sul pragmatismo, e sul buonsenso. Noi siamo stati contro la guerra in Irak - dice - avremmo potuto confermare questo giudizio, magari chiedere il ritiro delle truppe. Ma, per quel che riguarda il decreto proposto dal governo per il rinnovo dei finanziamenti, avremmo potuto aggiungere: finché i soldati saranno in Irak siete tenuti ad assicurarne il mantenimento, ad assicurare loro i rifornimenti, la fornitura di equipaggiamenti adeguati, più armi, cibo e acqua minerale che nel deserto non è certo l'ultima delle esigenze. Su questo - prosegue l'amico deputato - avremmo potuto limitarci a dire che il modo è affare del governo, il voto non ci riguarda, possiamo astenerci, o non partecipare neppure .
Pragmatismo e buonsenso, potremmo obiettare, non sono possibili per una coalizione che si ispira, in una sua larga parte, a motivi ideologici. E che in un'altra parte, esiste anche questa, che ha vissuto la nostra presenza in Irak come un’occupazione destinata a reprimere un movimento di Resistenza (una motivazione servita di recente a un magistrato per mandare liberi individui accusati, e con buone ragioni, di terrorismo o almeno di fiancheggiamento).
L'elemento ideologico è venuto alla luce man mano che il quadro della vicenda irachena è andato chiarendosi, con la copertura dell'Onu, che ha di fatto incaricato le forze presenti in Irak di sostenere il tentativo di questo Paese, con libere elezioni, di decidere del suo destino. Quando Fassino disse, all'ultimo congresso dei Ds, che i resistenti in Irak erano i milioni di elettori che sfidando le minacce di morte propagate dai terroristi si erano messi in fila per partecipare al voto, riconobbe che la situazione irachena era mutata. Purtroppo, alle parole non tennero dietro i fatti, e fin dalla scadenza successiva i Ds votarono, seguendo la decisione della «sinistra alternativa» fatta propria da Romano Prodi, per il no al decreto sul rifinanziamento.
Questa volta, la situazione per la componente riformista e per quella centrista appare ancora più contraddittoria, e al limite del grottesco. Perché il governo ha deciso di mettere al voto non un unico decreto, ma uno per ciascuna delle missioni militari impegnate all'estero. E alle prime votazioni Bertinotti, Diliberto, Pecoraro Scanio, affiancati da qualche parlamentare Ds del «correntone», hanno votato no anche per le missioni in Bosnia, Afghanistan, Kosovo, Darfur, che fin qui erano stato tenute al di fuori delle polemiche anche perché per gran parte benedette dall'Onu. La novità, emersa dalle modalità del voto, ha aggravato la spaccatura che ha una radice ideologica. Da parte di Rutelli, ma anche di Fassino e dello stesso D'Alema (che hanno un occhio rivolto alle elezioni, e si sono andati persuadendo che qualche rapporto con la politica internazionale, compresi i rapporti con gli Stati Uniti bisogna prevederlo) si è sostenuto negli ultimi tempi che la lotta al terrorismo non può essere alimentata solo da proclami e condanne, incontrando l'opposizione di Bertinotti, e dei suoi alleati, i quali, anche dopo l'attacco di Londra hanno sostenuto che la strada è quella di mobilitare il pacifismo, bandiere rosse e iridate per le strade, qualcuna di riserva ma da bruciare.
Rutelli si è impegnato in modo particolare, con l'avallo di Fassino, per corredare l'inevitabile no alla missione in Irak con un documento che ne chiarisse le ragioni: non si tratta di una «fuga alla Zapatero», ma di un rientro concordato con gli alleati e col governo di Bagdad, insomma di un exit strategy, che è poi nella sostanza la linea del governo italiano. Prodi, incaricato di produrre il documento illustrativo, lo ha prodotto diligentemente, ma alle prime proteste di Bertinotti ha dichiarato che non sarà messo ai voti, per evitare una lacerazione dell'alleanza all'inizio della campagna elettorale. Il dramma, a questo punto, rischia di trasformarsi in comica finale.
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