NIFFOI Una via di fuga dall’isola maledetta

«Me lo portarono a casa un mattino di giugno, spoiolato e smembrato a colpi di scure come un maiale. Neanche una goccia di sangue gli era rimasta. Lo stesi sul tavolo di granito del cortile, quello che usavamo per le feste grandi, e lo lavai col getto della pompa. Su coro glielo sciacquai a parte, in acqua e aceto, poi lo avvolsi in carta oleata e glielo misi sotto il cuscino della bara».
Inizia così, con un saggio di lugubre macelleria euripidea, il secondo e atteso romanzo che Salvatore Niffoi pubblica con Adelphi. Si intitola La vedova scalza (pagg. 182, euro 15) e conferma il talento dell’autore della Leggenda di Redenta Tiria, l’opera uscita l’anno scorso che ha reso noto a tutti lo scrittore sardo. La vedova scalza è, essenzialmente, il diario di un regolamento di conti annunciato ed eseguito con spietatezza rispettando l’inesorabile codice della vendetta barbaricina. Siamo in Sardegna, negli anni Trenta del secolo scorso. Mintonia Savucco è sempre stata innamorata di Micheddu, fin da quando era bambina. Il giovane, che passa con crescente noncuranza dall’onestà al crimine, alla fine è costretto a darsi alla macchia. Appena adolescente, Mintonia ne diventerà la compagna e poi la sposa. I due si vedono di nascosto, prima a causa dell’opposizione dei genitori, poi per beffare gli appostamenti dei carabinieri. La situazione precipita quando Micheddu commette il passo falso di sedurre la bella moglie del brigadiere. Da lì accusarlo di essere un assassino, scatenare la caccia all’uomo e ucciderlo sarà tutt’uno. Nella scena finale, a ogni buon conto, lo stesso brigadiere cadrà sotto i colpi di Mintonia, la cui rivalsa dovrà superare per brutalità lo squartamento che apre il romanzo.
Il cerchio si apre, dunque, e il cerchio si chiude, con un fatalismo non raro nella letteratura insulare. Tuttavia, sebbene intuisca fin dall’inizio che la vendetta sarà attuata, il lettore non ha mai la sensazione di trovarsi di fronte ad alcunché di statico perché l’autore introduce alcune “disintegrazioni” stilistiche e tematiche che rendono la pagina simile a una tela cubista e la fanno “friggere”.
Per esempio il dialetto, che inframmezza l’italiano anche in mancanza di particolari esigenze espressive o mimetiche. Beninteso, il successo di Andrea Camilleri ha dimostrato che persino vernacoli largamente fantasiosi possono costituire un’attrattiva; ma a parte il fatto che quello del dialetto rimane un terreno ideologicamente minato, crediamo che ogni termine dialettale sia un’etnologia gridata nelle orecchie che ha inoltre la conseguenza di trasformare la lettura in un percorso accidentato, continuamente interrotto dal bisogno quasi meccanico di fermarsi a decifrare. Lo stesso valga per il piano retorico, dove Niffoi oscilla tra il raffinato concerto d’ottoni e la grancassa.
Se alcune similitudini a ingranaggio aperto fanno storcere il naso («Le case di Taculè sono come pallettoni sparati nella roccia»), al contrario le metafore vere e proprie sono in genere riuscite e vigorosamente icastiche. Basta prendere il brano in cui Mintonia torna a casa dopo un pomeriggio passato in compagnia dell’amato: «Oltre il portalone lo spettro di mia madre s’incarnò in una massa d’ira che a braccia allungate si avventò su di me. Mi afferrò per i capelli, odorò la bocca e il vestito, poi lasciò partire la prima cinghiata dalla parte della fibula». Sono numerosissime, le metafore in Niffoi, e si susseguono a cascata ammiccando ad una simpatia segreta tra la struttura della metafora e quella della vendetta. Indubbiamente, in entrambi i casi qualcosa deve essere trasferito: il significato delle parole in un caso, il debito d’onore nell’altro.
Ci avviciniamo così all’ultima delle divaricazioni che tengono in piedi il romanzo e lo fanno vibrare. Come già detto, La vedova scalza è la cronaca di una vendetta con la quale una donna barbaricina uccide un «forestiero», un «italiano». La narrazione riguarda dunque un episodio del conflitto tra società e comunità, oppure, se si preferisce una terminologia meno teutonica, dello scontro «tra due ordinamenti uno dei quali sia lo Stato», per servirci delle parole del maggiore studioso dell’istituto della vendetta, il giurista Antonio Pigliaru.
Bene, questo conflitto c’è ma interferisce con il paesaggio morale sardo che Niffoi ritrae come un organismo il cui metabolismo impazzisca, prendendo a nutrirsi di veleni invece di espellerli. L’aria, le rocce, le intenzioni degli uomini e i pensieri delle donne sono immersi in un morbo pastoso, un flagello claustrofobico. Su questi villaggi maledetti, privi finanche di un destino limpidamente funesto, posa un cielo verghiano: «Condannati a vivere siamo! Condannati come una figliata di topi rinchiusi nella stessa gabbia». Simbolo perfetto di questa clausura sono le «condoglianze infami», cioè il presentarsi durante la veglia funebre degli assassini del morto. Il male insomma non viene da fuori, ma cresce da dentro, tanto che alla fine, più che cercare di distruggere la gabbia, chi potrà cercherà di sfuggirvi con un mezzo che quantunque sia anch’esso infame, perché concesso dai «piemontesi» e perché estraneo al sistema primitivo della ritorsione, è tuttavia l’unico disponibile: un passaporto grazie al quale abbandonare l’isola.