NIFFOI Un’indagine all’ultima spiaggia

Il protagonista di «Ritorno a Baraule», terzo romanzo dello scrittore sardo, è un chirurgo che, prima di morire, torna al paese per scoprire la verità sulla fine della madre, uccisa in riva al mare

È un bel periodo, per Salvatore Niffoi: mentre le edizioni il Maestrale ristampano e distribuiscono capillarmente le sue prime opere, giunge nelle librerie il terzo racconto pubblicato dall’Adelphi, Ritorno a Baraule (Adelphi, pagg. 199, euro 16). Sarà perché costituito da una serie di scene relativamente indipendenti, come il romanzo che qualche anno fa gli diede la notorietà, La leggenda di Redenta Tiria; sarà perché l’autore ha messo da parte l’impasto di italiano e sardo che rendeva ostiche, e francamente anche un po’ irritanti, le pagine del precedente romanzo, La vedova scalza; fatto sta che Ritorno a Baraule è un libro denso, appassionante, traboccante di episodi riusciti.
Il protagonista, Carmine Pullana, è un chirurgo di fama mondiale che torna sull’isola perché gravemente malato. Prima di morire vuole scoprire la verità sull’efferato assassinio della madre. I pochi sopravvissuti narrano di un delitto aberrante, eseguito sulla riva del mare: «E io senza vederla vidi la punta arrugginita del coltello, e gli occhi avvelenati dell’uomo che avvicinava la lama alla natura. Ohi, Deus meus, sembrava il sacrificio di Abramo. Il primo rumore fu di tela strappata, poi si diffuse nell’aria un odore di cinghiale appena scuoiato... Allora alzai gli occhi, e vidi volare un fagotto di carne che perdeva sangue come una cometa maledetta». Il «fagotto di carne», naturalmente, è il protagonista, scampato miracolosamente ad un parto così traumatico.
Su tutto il resto, invece, i testimoni divergono: incerta l’identità del padre, oscura quella dell’omicida nonché le ragioni dell’assassinio, sicché al chirurgo non resta che dare il via ad una quête. La ricerca di notizie attendibili sulla propria origine lo porterà fra le braccia accoglienti di una pescivendola, a colloquio con una vecchia monaca più abile nel trattenere la verità che i fluidi del suo ventre ed infine in uno spaventoso ed arroccato manicomio dove un uomo forse alienato, forse ingiustamente rinchiuso darà quella che si spera sia l’indicazione decisiva. Immagini, persone e pensieri si avvantaggiano di metafore arrembanti ed iperboliche che stupiscono per la loro pertinenza: è anche a esse che il mondo rappresentato da Niffoi deve la sua ricchezza, nonché la capacità che hanno le sue pagine di contagiare il lettore con la loro verve affabulatoria.
Più nel dettaglio, da cosa è composto l’universo letterario di Niffoi? Muovendoci a passo di gambero appaiono subito dei corpi sconci, grevemente materici; poi una comunità arcaica dove oltre ai «balenti», cioè ai banditi, latitano le proverbiali nozze (sostituite da relazioni di cattura), tribunali (sostituiti nel migliore dei casi dalla cavalleria rusticana) ed are (la divinità in Niffoi è sciattamente crudele). Se alziamo gli occhi vedremo un cielo attraversato da un’apocalisse permanente; guardiamoci alle spalle e scopriremo il carrozzone di un circo. Tutte le declinazioni del tempo e dello spazio sono irriconoscibili: i personaggi sembrano dei pueri impazziti, la Storia appena nata o appena morta, i luoghi strappati alla speranza di un’esistenza sedentaria. Ha senso, in questo contesto, chiedersi cosa sia il popolo di Niffoi?
Intanto è con tutta evidenza un popolo anfibio, contaminato dalla modernità: la mano destra accende un sigaro con un biglietto da dieci euro mentre la sinistra brandisce il coltellaccio. Questa commistione può dare un’impressione di falsità solo a chi coltivi l’illusione romantica, a sua volta gravida di equivoci, di una purezza del primitivo. Ma la città di Niffoi, intesa come arcaica città ideale, non esiste, e il ritratto del borgo di Pramas è estendibile: «A vederlo da vicino, Pramas sembrava un paese appena nato, di gente finita lì per caso e pronta a ripartire appena la calura inizia a spellare i cristiani. Tutto era provvisorio. Le strade, le pietre, i buoi, le tentazioni. Pure il cielo sembrava finto, portato in fretta da qualche compagnia di teatranti per fare da sfondo alla commedia dei carciofai e dei raccoglitori di angurie». Forse, allora, siamo più inclini noi a dichiarare abitabile l’onesta farragine di Niffoi di quanto non lo sia lui stesso. Noi, almeno, sappiamo che la fuorviante sensazione che certe immagini siano troppo rutilanti e stridenti per essere vere dà voce alla nostra nostalgia per ciò che non è mai esistito.