È Niffoi il vincitore del «Campiello»

Lo scrittore sardo con «La vedova scalza» si aggiudica il premio con 76 dei 270 voti popolari. Secondo Marinelli a 59

da Venezia
«Un premio condiviso con la Barbagia» è la prima dichiarazione di vincitore davvero emozionato, ma con le idee molto chiare. «Affinché la cultura non sia solo un modo di sopportare il male di vivere, ma una forte speranza di riscatto. Il primo colostro linguistico che ho ciucciato è quello di una lingua nitroglicerinica: il sardo. Io non uso il dialetto. Dialetto è un termine razzista. Io uso una lingua locale».
E così, dopo il siciliano di Camilleri, il sardo di Niffoi assume un’inedita potenza letteraria: i trecento della Giuria popolare hanno espresso il verdetto e la prosa scarna e tagliente, intrisa di sangue e onore sardo, usata quasi come un’arma per intessere storie fantastiche e surreali eppure legate a filuferru alla profonda umanità dell’entroterra, di Salvatore Niffoi e della sua Vedova scalza (Adelphi, che per la prima volta vince il premio) si è aggiudicata con 76 voti la 44ª edizione del «Campiello».
Al termine di un testa a testa con Giancarlo Marinelli e il suo Ti lascio il meglio di me (Bompiani) che alla fine ha ottenuto 59 voti, Niffoi si è confermato un nome di spicco della letteratura italiana (dopo il grande successo di critica e pubblico ottenuto lo scorso anno con La leggenda di Redenta Tiria, in via di pubblicazione in quasi tutti i Paesi europei). L’ha spuntata anche sui romanzi di Claudio Piersanti, Il ritorno a casa di Enrico Metz (Feltrinelli, 57 voti), Nico Orengo, Di viole e liquirizia (Einaudi, 48) e Pietrangelo Buttafuoco, Le uova del drago (Mondadori, 30).
Settantasei lettori popolari dunque, dei trecento che votano con un sms il vincitore dell’ultimo premio letterario della «stagione» (270 i voti validi) in una cinquina scelta da una giuria di «esperti» letterati presieduta da Giorgio Albertazzi, al suo debutto come presidente, e presente al completo alla cerimonia di prefazione trasmessa ieri sera in differita da Raiuno e condotta da Bruno Vespa e Martina Colombari. In platea una folta rappresentanza di industriali veneti, patron della manifestazione, personaggi dello spettacolo e della cultura.
Sardo di Orani, classe 1950, «Karrone» (così lo chiamano i parenti e gli amici per distinguerlo dagli altri Niffoi e «perché in Sardegna se non hai un soprannome non sei nessuno») Salvatore Niffoi ha esordito nel 1999 con Il viaggio degli inganni e, prima di approdare all’Adelphi lo scorso anno con La leggenda di Redenta Tiria, ha pubblicato altri tre romanzi con Il Maestrale. Insegna e scrive e fin dall’inizio del suo successo non ha mai amato né i bagni di pubblico né le interviste, concesse sempre con parsimonia. Personaggio schietto, legato alle sue radici e alla gente di Sardegna, ha dedicato il premio alla sua famiglia, alla «seconda famiglia», Adelphi, e alla sua isola: «Piuttosto che a domande su lettori e critica, o sulla differenza tra la mia narrativa e quella di Gavino Ledda, che peraltro è un grande amico, preferisco rispondere a una domanda che non mi fanno mai: qual è la differenza tra la Sardegna avanguardistica e costaiola e la mia. La stessa che passa tra una sofisticata donna francese profumata e desiderabile e una femmina».
La vedova scalza è un’altra storia «barbaricina»: il racconto autografo della vita di Mintonia Savuccu, inviato dall’Argentina mentre arriva la morte alla nipote rimasta al paese. Tra i perdenti, la storia della missione impossibile della spia scelta da Hitler, Eughenia Leinbach narrata da Pietrangelo Buttafuoco, letteralmente assediato nel post-conferenza stampa da un manipolo di giornalisti e critici che lo ha dato fino all’ultimo per favorito: «Condivido il titolo dell’Avanti per definire il mio romanzo: “Finalmente un capitolo della storia italiana appartiene alla storia e non alla polemica”»; il ritorno a casa del manager Metz dell’abruzzese Piersanti, che, conosciuto il mondo dalla parte del potere, decide di rimodellare la propria esistenza fino a ripiegarsi su se stesso in un simbolico omaggio alla pace e alla bellezza interiori: «Una storia scritta perché mi interessa parlare di ciò che non conosco. Io una casa di partenza non ce l’ho e l’ho sempre invidiata»; la storia di Nico Orengo, Di viole e liquirizia, legata ad Alba, grande terra di vini rossi, in cui un sommelier francese coltiva il paradosso di insegnare a bere ai langaroli: «Mi interessa il territorio agrario. Non potrei mai scrivere di periferie urbane degradate».
E infine Ti lascio il meglio di me del giovane vicentino regista teatrale Marinelli, lunga lettera d’amore di un padre alla figlia scomparsa Minerva: «Perché penso che le lettere d’amore siano la forma più alta di letteratura». Marinelli, citando Pasolini e Sant’Agostino, ha aggiunto: «Il messaggio del libro, che mi è costato sette anni di lavoro ed è ossessionato dalla figura di Gesù Cristo, è che non bisogna aver paura di avere cuore, di perdersi in una passione».
Marco Missiroli, che quest'anno ha vinto il Campiello Opera prima con il romanzo Senza coda (Fanucci), con le sue dichiarazioni spontanee ha insufflato aria fresca in conferenza stampa: «Non mi ispiro a Tondelli, come mi è stato detto più volte, sebbene siamo conterranei. Le sue erano storie di vita vissuta. Noi giovani di oggi, invece, che abbiamo il sedere di scrittori nella bambagia, abbiamo grandi difficoltà a trovarne. E le troviamo nella micronizzazione del quotidiano. Oggi un romanzo può nascere alle poste. Io sono solo un ragazzino contemporaneo che spera di aver messo il primo mattone».