Niger-gate, il doppiogioco che parla francese

L’Fbi il 20 luglio scorso ha archiviato il caso sulle carte contraffatte. Il Sismi non coinvolto

Mario Sechi

da Roma

Mentre a Washington il Cia-gate impazza, a Roma c’è chi impazzisce per cercare di coinvolgere il governo italiano e il Sismi in quella storia di spie, spiati e falsi dossier che in realtà nasce lontano dalle rive del Tevere, ha la sua sorgente nella Senna e la sua foce nel Tamigi e nel Potomac. Un coinvolgimento sul cosiddetto Niger-gate (il falso dossier sulla vendita di uranio dal Niger all’Irak, uno dei documenti citati dagli Stati Uniti per avviare la campagna militare contro Saddam) che è stato smentito dalle versioni ufficiali dei governi americano, inglese e italiano, dal rapporto bipartisan del Senato americano e di Lord Butler al Parlamento britannico, dall’interrogatorio del confezionatore della bufala (l’ex carabiniere Rocco Martino) al Pm della procura di Roma che al termine delle indagini ha chiesto l’archiviazione del caso. Ieri l’ennesima conferma: l’Fbi ha messo la parola fine sul Nigergate made in Italy. Come anticipato dal Giornale e dal Riformista, il direttore dell’Fbi «con lettera del 20 luglio 2005 ha ufficialmente informato il Governo Italiano che l’inchiesta riguardante i documenti forniti da una giornalista italiana all’Ambasciata Usa a Roma il 9 ottobre 2002 è stata archiviata per quanto concerne l’Italia».
Nonostante ciò, però, si continuano a postdatare i fatti per farli combaciare con l’esperienza del governo Berlusconi, sottovalutando ben altri «dettagli» che coinvolgono la Francia (contraria all’intervento in Irak) e i suoi 007 della Dgse (che retribuiscono puntualmente Rocco Martino prima, durante e dopo il confezionamento del falso-dossier) e che sembra cominciare il 18 gennaio del 2003, quando il presidente George W. Bush cita il caso dell’uranio nel celebre discorso sullo stato dell’Unione. Sedici parole per un intrigo che inizia, in realtà, nel 1999, anno in cui Bin Laden è un problema regionale che Clinton non sa risolvere, le Twin Towers svettano, la guerra in Irak è lontanissima.
Sono i tempi in cui in Italia governa il centrosinistra, al Sismi naviga (a vista) l’ammiraglio Gianfranco Battelli (il direttore che non si curò troppo del dossier Mitrokhin) e un po’ tutte le agenzie di intelligence si interrogano sui traffici che il Niger, ex colonia francese, realizza grazie al suo uranio. Sono anche i tempi in cui Saddam Hussein - secondo la comunità degli 007 - pensa seriamente a riarmarsi. Il Paese africano è meta dei viaggi dei dottor Stranamore di mezzo mondo, compreso il padre dell’atomica pachistana, Abdul Qadeer Khan. L’ex colonia è, dunque, monitorata da Parigi costantemente. La Francia ha interessi enormi nella regione e guardacaso controlla due compagnie attive nell’industria dell’uranio, la Cominak (Compagnie Minière d’Akouta ) e la Somair (Société des Mines de l’Aïr). Nella capitale Niamey vanta una collaudata rete d’intelligence ed è proprio da questo network che partono le informazioni sui traffici di uranio. Sono «dettagli» importanti, regolarmente dimenticati dai reporter che amano ricondurre tutto alla gestione del governo Berlusconi fino a farlo apparire come pusher di menzogne per dare agli Stati Uniti la smoking gun, la pistola fumante, che prova il riarmo di Saddam e giustifica l’intervento militare. Dettagli snobbati anche dai nemici mediatici del presidente Usa (su tutti la Cbs, Washington Monthly e Talking Points Memo), del premier Blair (il Sunday Times) e di Berlusconi (Repubblica per l’appunto). Già, perché l’epoca della «patacca» che si sostiene esser stata confezionata da Martino d’accordo col Sismi, viene spostata fino al 2002 quando invece è precedente perfino all’11 settembre 2001, ed è collocabile fra il 1999 e il 2000, come lo stesso Martino confesserà. Solo due anni dopo, come documentato, raggiungerà la Cia, e solo tre anni più tardi verrà a conoscenza dell’MI-6, il Servizio di Sua Maestà. E non è assolutamente vero, come scrive il quotidiano La Repubblica, che i francesi presero il dossier «italiano» dalla fonte che pagavano bene e lo cestinarono. È vero il contrario. Occhio alle date.
Secondo semestre ’99. Ambasciata del Niger. Roma.
Martino mette le mani su dei documenti che raccontano di una trattativa tra il governo nigerino e l’Irak per la fornitura di uranio. Telex e lettere, provenienti da una fonte qualificata dell’ambasciata, datate febbraio 1999. L’ex funzionario del Sid sa che all’intelligence francese fanno gola, così smista a Parigi la corrispondenza. Il flusso informativo prosegue nel 2000, ma di quel dossier gli 007 di Chirac non fanno cenno ai colleghi occidentali. In questo arco di tempo, il Niger continua a essere oggetto di numerose informative delle spie transalpine che accreditano i tentativi di riarmo nucleare di Saddam.
27 settembre-15 ottobre 2001. Forte Braschi. Roma.
Anche il Sismi invia ai Servizi collegati due informative sulle attività sospette - tutte da verificare - legate all’uranio in Niger.
18 febbraio 2002. Ambasciata Usa a Niamey. Niger.
L’ufficio diplomatico americano in Niger spedisce, nel frattempo, un telex per accertare perché le tonnellate di uranio dichiarate nelle note riservate sono mille in più rispetto alla produzione delle compagnie che fanno capo alla Cogema (consorzio nucleare francese) nel 2001. Cinque giorni prima era stato dato l’ok all’ambasciatore Joseph Wilson (il marito dell’agente della Cia Valerie Plame, il cui nome verrà poi rivelato alla cronista del NYT arrestata) per i controlli in Niger. Wilson confermerà, attraverso le dichiarazioni del primo ministro nigerino, l’interesse dell’Irak per l’uranio (ma non la vendita). Da qui nascono una serie di accertamenti voluti dagli americani con Parigi.
24 settembre 2002. Downing Street, 10. Londra
Il governo inglese pubblica un white paper sull’Irak e le armi di distruzione di massa e spiega che ci sono informazioni circa un tentativo da parte dell’Irak di acquistare uranio dall’Africa. Tony Blair ne parla pubblicamente. È l’ennesima conferma alle voci che stanno facendo il giro del mondo, ma del dossier-bufala dello spione italiano al soldo dei francesi, non se ne fa cenno.
9 ottobre 2002. Ambasciata degli Stati Uniti, via Veneto, Roma. George W. Bush ha riaperto il file iracheno. Gli Usa continuano a ricevere informazioni allarmanti sul regime di Saddam, la pressione sulla comunità internazionale si fa sempre più viva. I francesi nel frattempo hanno spinto il Niger a firmare nel maggio del 2002 un memorandum capestro con l’Agenzia Atomica Internazionale. Rocco Martino intanto gioca la sua partita personale, ha bisogno di soldi, i francesi gli chiedono ancora notizie sul Niger e improvvisamente - così dichiara l’interessato in un’intervista al Giornale, che smentisce quella carpita dal Sunday Times in cui Martino diceva che era stato il Sismi ad aver confezionato il «pacco» - intuisce che quel vecchio dossier ora è prezioso. E cerca di piazzarlo: contatta Panorama al quale offre le lettere nigerine chiedendo in cambio 15mila euro. Il settimanale fa una doppia verifica: manda una giornalista in Niger e consegna il materiale all’ambasciata americana. Questo check diplomatico del dossier, forse incauto e pure ingenuo, verrà maldestramente interpretato da Repubblica come una mossa politica che coinvolge nel Cia-gate il governo, essendo Panorama di proprietà del gruppo editoriale che fa capo al presidente del Consiglio.
Da questo momento in poi, la partita diventa un ping pong tra gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e soprattutto la Francia, il cui gioco sfugge a ogni interpretazione (vedi Martino). L’ambasciata americana inoltra le copie delle lettere nigerine alla Cia e al quartiere generale del Dipartimento di Stato. Gli analisti di Langley e Foggy Bottom studiano i documenti ma arricciano il naso: anche se lo scenario è verosimile e i report precedenti parlano di un link tra Niger e Irak, c’è puzza di bruciato.
22 novembre 2002, Dipartimento di Stato. Washington.
Gli americani si rivolgono così alla bocca della verità: la Francia. In un meeting al Dipartimento di Stato chiedono lumi sui traffici d’uranio nigerino a Jacques Bauté, il direttore dell’«Ufficio Non Proliferazione» del ministero degli Esteri francese. Bauté conferma che vi sono indicazioni attendibili e convergenti su un tentativo iracheno di acquistare uranio dal Niger. L’alto funzionario dice di non sapere se la partita sia stata consegnata, ma assicura che la Francia prenderà tutte le contromisure possibili. Essendo il dossier di Rocco Martino nelle mani della Dgse, riesce difficile ipotizzare che il servizio segreto di Parigi non abbia riferito al governo specificando che quel materiale - così come appare agli occhi degli americani, meno informati sul Niger degli stessi francesi - è una clamorosa bufala. In quei giorni Rocco Martino è a Bruxelles, come tante altre volte, dove segretamente ha incontrato l’ufficiale di collegamento della Dgse per Belgio e Olanda, Jaques Nadal. Il Sismi lo pedina, lo fotografa: una stretta di mano, la busta con i documenti...
(1. Continua)