Niger-gate, la faida nella Cia per colpire Bush

I «guastatori», rigorosamente anonimi, trovano sponda sui media liberal americani

Mario Sechi

da Roma

Per comprendere l’origine del Niger-gate occorre riavvolgere il nastro e partire da un gruppo di ex agenti della Cia che - sempre in sintonia con il partito politico-mediatico anti «Tre B» (Bush, Blair, Berlusconi) - cambiano il corso degli eventi con dichiarazioni, interviste e previsioni a dir poco stupefacenti.
Il capofila non ufficiale del movimento Veteran Intelligence Professionals for Sanity votato a dimostrare le pressioni dell’Amministrazione Usa (e dei falchi del Pentagono) per manipolare falsi documenti d’accusa contro l’Irak, è Vincent Cannistraro, ex funzionario dell’antiterrorismo di Langley, gettonatissimo dai blogger statunitensi e, ovviamente, ospite gradito su Repubblica. Come raccontato ieri dal Giornale, Cannistraro è l’uomo che nel giorno in cui la giornalista di Panorama, Elisabetta Burba, consegna all’ambasciata Usa a Roma le false lettere sui traffici di uranio fra il Niger e Saddam (lettere ricevute da Rocco Martino, spia degli 007 francesi) anticipa sul quotidiano inglese The Guardian che alcune «informazioni manipolate» (nel testo l’espressione usata è cooked information) starebbero per raggiungere i vertici del governo americano.
Come facesse a saperlo - visto che il carteggio contraffatto, al 9 ottobre del 2002, lo conoscevano solo i Servizi francesi - è un mistero mai chiarito. Anche perché solo due mesi più tardi, a Parigi, partecipando al convegno Non Conventional Terrorism and the Use of Weapons of Mass Destruction: 15 months after the 11th of september dirà candidamente di credere che Saddam possiede armi di distruzione di massa chimiche e batteriologiche.
È in questo periodo che affiora un asse costituito da ex dipendenti della Central Intelligence Agency, facenti capo per l’appunto all’organizzazione Vips, e diversi colleghi in attività e tuttora impegnati in un durissimo scontro di potere interno alla Cia. Molti non hanno gradito l’arrivo del nuovo direttore Porter Goss e la riforma voluta da Bush con l’istituzione dello «Zar dell’Intelligence», John Negroponte. In molti giocano a tiro a segno contro la Casa Bianca, con l’Italia che è considerata il ventre molle della catena. Una delle riprove arriva da un servizio del Washington Bureau del gruppo editoriale Knight Ridder che il 4 novembre scorso scrive: «Quattro ufficiali dell’intelligence americana dicono che il Sismi ha passato tre report alla stazione Cia di Roma, tra l’ottobre 2001 e il marzo 2002, in cui si parlava di un accordo per la vendita di uranio tra Niger e l’Irak».
Secondo gli ufficiali «uno dei report contiene un linguaggio che rimanda alle lettere false». I quattro parlano senza dire chi sono, e chiosano: «Il Sismi è sicuramente coinvolto». Il plot viene puntualmente ripreso in Italia da Repubblica. Il gruppo attivo di «guastatori» trova spazio sui media liberal americani ricorrendo sempre all’anonimato.
Quest’asse ha un feeling con il network internazionale antagonista e, in special modo, con quello europeo che trova i suoi terminali in Francia e Germania. Da qui la clamorosa intervista rilasciata il 1º marzo 2003 alla televisione tedesca Ard da David Albright, un ex ispettore dell’Agenzia atomica internazionale che, nell’anticipare la segretissima relazione della Iaea sulla falsità dei documenti sui traffici d’uranio Niger-Irak, tirava la croce sull’amministrazione Usa apertamente accusata sia di aver costretto la propria intelligence a inventarsi delle prove per giustificare l’intervento armato, sia di aver fornito all’Onu prove false sul possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. Alla trasmissione tv condotta da Volker Steinhoff parteciperanno, insieme al «veggente» Albright, tre pensionati Cia in qualche modo riconducibili alla struttura Vips.
L’ex analista Ray McGovern, è uno di questi: «La logica conclusione - dice - è che le informazioni siano state manipolate e confezionate sulla base delle esigenze dettate dalla politica, e questo, dal punto di vista dell’intelligence è un’anatema. Ciò rende superfluo persino avere un’agenzia di intelligence».
L’ex agente Robert Baer a domanda, risponde stizzito: «Non c’è un’imminente minaccia da parte dell’Irak, e chiaro? Non ci sono prove dell’esistenza di gas nervino Vx, antrace o roba del genere». Sulla stessa lunghezza d’onda si sintonizza l’ex ufficiale David MacMicheal: «Penso che l’Amministrazione stia facendo pressioni sul sistema di intelligence, sia che si tratti di Cia, di Fbi o qualsiasi altro, per mettere insieme le prove più forti possibili al fine di dimostrare che c’è un concreto ed immediato pericolo di attacchi da parte di terroristi, in particolare quelli associati con Al Qaida o con l’Irak, attraverso armi chimiche, biologiche, o altre armi di distruzioni di massa». Non contento, al termine del programma sull’emittente Ard, il trio ex Cia lancia un appello ai colleghi in servizio invitandoli a dimettersi o a non sostenere i vertici del governo Bush.
Passa qualche giorno. Il 12 marzo 2003 inizia a circolare su Internet un documento dal titolo «Manipolazione dell’intelligence per la guerra» a firma di Ray McGovern. Vi si specifica come due membri del Vips (Baer non è citato) hanno partecipato a un programma della televisione tedesca «equivalente a 60 minutes», ovvero al programma della Cbs che intervisterà due volte Rocco Martino (ma non manderà in onda il colloquio) e che proprio in quel periodo punterà, insieme al mensile Washington Monthly, a coinvolgere il Sismi e il governo italiano nei falsi. McGovern pecca poi, on line, di narcisismo correndo a specificare come le interviste «sono state registrate prima che venissero alla luce le novità sull’intelligence americana». E qui, come per Cannistraro, vale lo stesso interrogativo. Come faceva a sapere queste novità?
Un passo indietro. David Albright nel 1996 era stato in Irak come ispettore della Iaea e insieme al francese Jaques Baute, direttore della «Iraq Nuclear Verification Office» della Iaea, esaminò i documenti sul Niger consegnatigli a New York, il 4 febbraio 2003, dal governo statunitense. Albright avrebbe mantenuto, anche in qualità di presidente dell’Institute for Science ad International Security (Isis) continui contatti con alcuni ex membri, per l’appunto, in forza all’Invo dell’Iaea.
È stato per caso il francese Bauté a soffiare l’informazione ad Albright? E se non è così, è plausibile che Bauté non sapesse nulla di quei falsi prima della dichiarazione ufficiale della Iaea datata 7 marzo 2003? Possibile, dunque, che non ne abbia fatto cenno ai connazionali che si comportano in modo alquanto sospetto visto che da un lato, fino all’ultimo (ovvero al 4 marzo 2003) giurano agli americani che quelle stesse informazioni sui traffici di uranio sono vere perché hanno «un’origine nazionale» e non c’entrano niente con quelle italiane, eppoi candidamente fanno marcia indietro solo quando lo scandalo è scoppiato? Chi risponde?
(2-continua)