Niger-gate, le relazioni pericolose fra senatori democratici ed ex spie

Ex agenti della Cia lanciano rivelazioni, i blogger americani le riprendono, i parlamentari Usa creano il caso politico. Peccato che non ci sia nemmeno una prova

Mario Sechi

da Roma

È il 9 ottobre 2002, Roma. Elisabetta Burba, inviata di Panorama, attraversa via Veneto. All’ambasciata americana c’è qualcuno che l’aspetta. Lo stesso giorno, nelle edicole di Londra, il quotidiano The Guardian pubblica un articolo dove Vincent Cannistraro, ex funzionario della Cia, riferisce di «informazioni manipolate» che starebbero per raggiungere i vertici del governo americano. Nell’occasione, Cannistraro punta il dito sui falchi del Pentagono che, a suo dire, sarebbero i mandanti della disinformatia.
Mentre Cannistraro parla al Guardian, le lettere false di Rocco Martino non sono ancora arrivate né all’ambasciata Usa né sul tavolo del Dipartimento di Stato né alla Cia né alla Defense intelligence agency né all’Agenzia atomica internazionale né al Sismi. Le hanno solo i Servizi francesi della Dgse. Come faceva Cannistraro a sapere del bidone in arrivo? Costui non sarà l’unico ex agente Cia ad anticipare gli eventi, il Niger-gate infatti è un plot dove spie, blogger e giornali dell’area liberal giocano la stessa partita. Questa è solo la prima di una delle tante, troppe, coincidenze di cui l’affaire è pieno.
A Washington e nelle capitali europee nella metà di ottobre la discussione sull’intervento in Irak raggiunge il massimo livello. E nessuno sembra mettere in dubbio che Saddam Hussein è un pericolo, nemmeno quella Francia contraria alla guerra, già in possesso del dossier contraffatto sul Niger, già in contatto con Rocco Martino, il free lance dello spionaggio che avrà il ruolo di «postino». Proprio il presidente francese Jacques Chirac in un’intervista al quotidiano libanese L’Orient le jour, il 16 ottobre 2002 dice che «oggi un certo numero di prove conducono a far pensare che in questi ultimi quattro anni, e cioè durante l’assenza degli ispettori internazionali, il Paese abbia continuato a sviluppare il suo programma di riarmo». Negli Stati Uniti, intanto, i democratici si schierano con Bush per l’intervento armato. Hillary Clinton, il 10 ottobre 2002, farà sue le considerazioni d’intelligence sulla armi chimiche e biologiche di Saddam. Idem John F. Kerry: «Voterò per dare l’autorizzazione al presidente di ricorrere alla forza se necessario in quanto ritengo che un arsenale di armi di distruzione di massa rappresenti una minaccia grave e reale per la nostra sicurezza». Voterà «sì» anche John D. Rockefeller IV, il senatore vicepresidente del comitato di controllo sull’intelligence che oggi accredita la pista italiana del Niger-gate dimenticandosi del suo voto e di aver detto che «vi sono prove inequivocabili che Saddam sta lavorando in modo molto aggressivo per sviluppare armi nucleari e probabilmente saranno per lui disponibili fra cinque anni». Parole che oggi Rockefeller sembra aver dimenticato quando chiede che l’Fbi riapra le indagini sul filone italiano. Con lui c’è anche il senatore Henry Waxman, il quale al Senato non fece dichiarazioni, ma votò «sì» all’intervento. Ieri Waxman è tornato ad attaccare l’Fbi per non aver interrogato Rocco Martino quando andò due volte in America per farsi intervistare dalla Cbs (invano, perchè il colloquio venne registrato ma non andò mai in onda). La polemica sull’operato del Bureau in Italia viene rilanciata perché il direttore dell’Fbi, Robert S. Mueller III, ha firmato una lettera in cui chiude il capitolo italiano: non c’è stato nessun complotto, dice, per influenzare la politica estera americana. Lettera che manda a carte quarantotto tutta la versione complottistica alimentata dai blogger americani e rilanciata da Repubblica, che puntualmente non manca di intervistare i senatori democratici ieri favorevoli alla guerra e oggi pentiti al punto di voler mettere sul banco degli imputati la stessa Fbi che invece lodano per aver inquisito Lewis Scooter Libby, il consigliere di Dick Cheney sul Cia-gate. È vero, l’Fbi avrebbe potuto interrogare Martino. Se l’avesse trovato. Dall’America infatti rimbalza l’informazione che Martino sia stato aiutato dalla Cbs prima a lasciare l’Italia e poi a nascondersi. Vero? Falso? Lo sapremo nei prossimi giorni. Sull’interrogatorio mancato di Martino non ci sono misteri. Il Sismi infatti ha messo a disposizione degli americani tutto il materiale, tanto da far mettere nero su bianco al direttore Mueller l’auspicio che «la collaborazione prosegua sulla stessa linea anche in futuro».
Appaiono dunque singolari le dichiarazioni del senatore Waxman a Repubblica. Ma chi è Waxman? È legato al miliardario Lyndon La Rouche, altro esponente dei democratici, che in Italia è attivo attraverso il MoviSol (Movimento internazionale per i diritti civili - Solidarietà) e negli Usa ha fondato la Executive Intelligence Review, una rivista che il 13 giugno del 2003 spara la seguente bufala: «Secondo fonti di intelligence dell’Eir, i documenti nigerini sono stati prodotti presso l’ambasciata del Niger a Roma e sono stati passati ai carabinieri italiani che a loro volta, senza alcun commento, li hanno consegnati all’Mi-6 inglese e alla Cia». Sulla base di queste notizie Waxman scrive una lettera a Bush chiedendo chiarimenti, che non arrivano perchè la notizia è semplicemente destituita di ogni fondamento. Niente carabinieri, non c’è traccia di inglesi o di americani. Niente di niente. Resta il network di spie, giornalisti anti-Bush e senatori democratici che dimentica due o tre cose: Rocco Martino era una spia pagata da francesi; il Niger è un’ex colonia francese; la Francia controlla il mercato dell’estrazione di uranio in Niger; la Francia ha il dossier sulle lettere false già dall’autunno 2000; la Francia non dice niente agli Stati Uniti sulle carte taroccate fino a quando l’Aiea non certifica la contraffazione. Domanda: perché i solerti senatori democratici, a cominciare da Rockefeller, non chiedono all’Fbi di indagare anche su Parigi?
(1-continua)