In Nigeria altri due italiani sequestrati dai ribelli

Sono Lucio Moro e Luciano Passarin, catturati da una banda armata. Gli ostaggi nelle mani del Mend ora sono quattro. I tecnici dell’Impregilo caduti in un’imboscata, un terzo riesce
a
fuggire

Abuja - Altri due italiani sono stati rapiti in Nigeria da una banda armata ed ora gli ostaggi prigionieri, nella famigerata zona del Delta, sono quattro. Lucio Moro e Luciano Passarin, che lavorano per l’Impregilo, ieri mattina erano impegnati in un sopralluogo a 45 chilometri dal capoluogo del Delta del Niger, Port Harcourt. Con loro c’era anche un terzo italiano e due colleghi turchi che sono riusciti a fuggire. Come tutti gli stranieri che lavorano in Nigeria avevano una scorta armata, che non è riuscita ad evitare il rapimento. Alle 10 è scattata la trappola, ben preparata, che probabilmente si basava su informazioni ricevute da qualche talpa. «È stato un vero e proprio attacco militare - ha spiegato il vice ministro agli Esteri Franco Danieli -. I guerriglieri hanno raggiunto i confini del cantiere a bordo di lance veloci e sono fuggiti lungo il fiume portandosi via i due italiani». In realtà si è scatenata una sparatoria, che ha permesso agli altri lavoratori di mettersi in salvo, ma per i due friulani non c’è stato nulla da fare. Il manipolo di rapitori era composto da una quindicina di persone ben armate e con apparente preparazione militare.
Moro, 47 anni è originario di Porpetto, in provincia di Udine e Passarin è di Tolmezzo, in Carnia. Quest’ultimo ha 49 anni ed un figlio che lo attende. Sua moglie, Luciana Zanier, che vive a Verzegnis, in Friuli, si è limitata a dire: «Rimango in attesa. Lascio tutto in mano alla Farnesina ed all’impresa per la quale mio marito lavora». Più loquace il fratello dell’altro ostaggio, Daniele Moro: «Speriamo che lo trattino bene. Era partito in dicembre e in questi giorni stava preparando il rientro a casa». E aggiunge: «Tra una settimana ci saremmo rivisti. Lui è sempre stato lontano e non è sposato. A vent'anni aveva cominciato questa vita e continua ancora oggi. È geometra e con l'Impregilo è stato anche in Thailandia. Poi ha conosciuto la Nigeria dove lavora oramai da tanti anni. Forse ha una specie di mal d'Africa. Sono molto preoccupato, ma fiducioso». I due tecnici italiani sono dipendenti della società nigeriana Rivigo JV Ltd controllata al 70% dall’Impregilo, che ha l’appalto per la costruzione di alcune strade, compresi cinque ponti, nella regione del Delta del Niger. Moro lavora al progetto fin dal suo esordio nel 2005, mentre Passarin è arrivato lo scorso luglio.
Nella boscaglia paludosa della zona sono tenuti in ostaggio, dal 7 dicembre, Francesco Arena e Cosma Russo, altri due lavoratori italiani del settore petrolifero rapiti dai guerriglieri del Mend, il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, che si batte contro il governo centrale per il controllo delle ricche risorse della zona. Un altro italiano, Roberto Dieghi, sequestrato con i primi due ed un tecnico libanese, è stato rilasciato lo scorso mese. Il libanese, Imad Saliba, è fuggito due giorni fa ed il leader, nonché portavoce del Mend, Jomo Gbomo ha inviato anche a Il Giornale una mail in cui minacciava ritorsioni: «L’Agip ed il governo di Bayelsa pagheranno un prezzo pesante per questo affronto. Le trattative per il rilascio degli italiani sono sospese fino a maggio e la nostra risposta arriverà presto» scriveva 48 ore fa il capo del Mend. L’Agip ed il governo locale sono stati accusati di aver pagato oltre un milione di euro per far fuggire tutti e tre gli ostaggi, ma alla fine solo il libanese è riuscito a tornare in libertà.
Il rapimento di ieri di due italiani non è stato ancora rivendicato, ma la tecnica usata e le minacce via posta elettronica fanno pensare che possa trattarsi proprio del Mend. Il ministero degli Esteri ha invitato le nostre imprese ad evacuare il personale italiano sottolineando che sono 627 persone. Elisabetta Belloni, responsabile dell’Unità di crisi della Farnesina, ha ribadito che «le condizioni di sicurezza in questo momento sono talmente gravi che è prudente operare senza personale italiano».