Nigeria, gli italiani rapiti: «Stiamo bene ma il nostro governo deve muoversi»

Le telefonate a due agenzie: «Abbiamo paura, non sappiamo che succede né come vadano avanti le trattative per il rilascio»

Fausto Biloslavo

«Stiamo tutti bene, ma siamo preoccupati perché i negoziati si stanno trascinando a lungo», spiega al telefono Francesco Arena, uno degli ostaggi italiani nelle mani dei guerriglieri del Delta del Niger. La voce è calma, ma parla velocemente, perché sa che ha pochi secondi a disposizione prima della fine della telefonata con l’agenzia di stampa Reuters. I rapitori temono di venire individuati, ma Arena riesce ad aggiungere: «Siamo nella giungla già da sei giorni e non abbiamo idea» di come stiano andando avanti le trattative per il rilascio dei tre tecnici italiani rapiti giovedì scorso assieme a un collega libanese. Durante la breve comunicazione aveva detto che gli ostaggi vivono in mezzo alla giungla sotto una tenda, guardati a vista da miliziani armati di kalashnikov.
Arena, Roberto Dieghi e Cosma Russo sono stati presi in ostaggio giovedì scorso, durante un assalto dei guerriglieri del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend) a una stazione di pompaggio dell’Agip a Brass, nel sud della Nigeria.
Un’altra agenzia di stampa internazionale, la France Press, è riuscita, ieri mattina, a raggiungere telefonicamente gli ostaggi. «Siamo tutti a posto, ma a me manca moltissimo la famiglia», ha detto Dieghi, 64 anni. «Ho tre figli e nipoti. Non hanno mie notizie. Per favore chiamateli per avvisarli che sto bene e che li amo tanto», ha ripetuto l’ostaggio prima che la telefonata si interrompesse di colpo. «Siamo pressoché liberi», aveva detto durante la comunicazione, nel senso che non sono incatenati o legati. D’altro canto fuggire dalla zona impenetrabile del Delta del Niger è praticamente impossibile. «In passato non era così», ha osservato Dieghi riferendosi alle condizioni di lavoro nel Delta. «È chiaro che abbiamo paura, perché siamo trattenuti da molto tempo e non sappiamo nulla di quello che succede. La società, il governo italiano devono fare qualcosa», ha scongiurato Dieghi.
Il portavoce del Mend, che usa il nome di battaglia Jomo Gbomo, aveva già detto che agli ostaggi sarà permesso di chiamare le famiglie il giorno di Natale e poi le comunicazioni verranno interrotte fino al rilascio. Il più lungo sequestro operato dal gruppo è stato quello di due americani e un britannico, che sono stati rilasciati il 27 marzo scorso dopo cinque settimane di prigionia.
«Oggi è una giornata bellissima. Ora so che mio marito è vivo e sta bene. In questo momento è l’essenziale», ha commentato la moglie di Dieghi. Della telefonata al marito è venuta a conoscenza direttamente dall’Unità di crisi della Farnesina, con la quale rimane in costante contatto. «La confusione permane, ma a noi interessa che stiano bene e che tornino presto a casa», ha aggiunto la signora Dieghi. Questa volta i ribelli hanno alzato la posta rispetto alle solite richieste di riscatto, che in passato avevano risolto molti casi simili. Il Mend vuole scambiare i rapiti italiani e il libanese «con gli ostaggi che sono nelle mani del governo nigeriano», anche a costo di «trattenere per anni» i quattro stranieri ha fatto sapere l’enigmatico portavoce. I guerriglieri pretendono la scarcerazione del leader separatista Al Haji Mujahid Dokubo-Asari, accusato di altro tradimento, e dell’ex governatore della regione nigeriana di Bayelsa, Diepreye Alamieseigha, sotto processo per corruzione. Inoltre i guerriglieri vogliono un risarcimento dal colosso anglo-olandese Shell per compensare le comunità del Delta dei danni ambientali causati dallo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi.
Asari è un personaggio controverso, a metà fra Robin Hood e Al Capone, convertitosi all’Islam pur continuando a bere alcol. Negli anni ’90 si recò in Libia per essere addestrato e catechizzato politicamente, ma poi si staccò da Gheddafi. Utilizzando la bandiera del federalismo diventò ben presto un signore della guerra, che con la sua Forza volontaria della popolazione del Delta del Niger (Ndpvf), composta da duemila miliziani armati fino ai denti, lanciò nel 2004 «il conflitto totale» contro il governo centrale. Il presidente Olusegun Obasanjo lo convinse a deporre le armi con un’amnistia, e pagando 1.000 dollari per ogni fucile consegnato dai suoi e 10mila dollari per ogni mitragliatrice.
Non a caso Asari appese al chiodo l’uniforme e si comprò una grande villa a Port Harcourt. Almeno a parole continuò a minacciare insurrezioni e separatismo fino al settembre 2005, quando fu arrestato e sbattuto in una cella di isolamento. Pochi mesi dopo cominciava ad assestare i primi colpi il Mend, che si spaccia come un’organizzazione-ombrello sotto la quale agiscono diversi gruppi. Tra questi potrebbe esserci anche l’Azione militante del Delta del Niger (Coma), composta da estremisti islamici contattati da esponenti di Al Qaida, che offrivano addestramento e armi.