Nigeriano si incatena: «Roma città razzista»

Arianna Cioffi

«Razzisti»! È la scritta che campeggiava sui volantini esibiti ieri pomeriggio in Campidoglio, proprio sotto la lupa, da Godwin Nweke e Luca Malcotti, esponente di An in consiglio comunale, che ha preso a cuore la storia di questo elettricista nigeriano. Un mese fa (il 5 luglio), infatti, Godwin, sua moglie e i suoi due bambini, di uno e quattro anni, sono stati «buttati» fuori casa, un appartamento in via Selinunte in uno stabile di proprietà dell’Ater, da un gruppo di no global. Problemi di convivenza, a quanto pare, tra questa tranquilla famiglia e gli occupanti del centro sociale Spartaco. Da allora Godwin e la sua famiglia vivono in un monolocale di un residence al Tuscolano e nessuno di loro ha più potuto avvicinarsi alla casa dove sono rimasti tutti i mobili, il denaro, gli attrezzi da lavoro di Godwin e i documenti. La polizia dice di non poter garantire la sicurezza di chi si avvicina alla casa.
L’azione dimostrativa di ieri aveva lo scopo di sensibilizzare il consiglio comunale, al quale più di una volta il consigliere Malcotti ha presentato invano ordini del giorno sulla vicenda. Dopo due ore di attesa incatenati a una ringhiera, Godwin e Luca Malcotti sono stati ricevuti dall’assessore alle Politiche Abitative Minelli che, osserva Malcotti, «ha dato un primo segnale di apertura e di verifica della situazione della famiglia Nweke». Il consigliere di An è soddisfatto ma «dopo le parole ci dovranno essere i fatti. Per questo vigilerò sulla situazione. Un atto di razzismo, intolleranza e violenza come questo - ha concluso Malcotti - è inaccettabile per Roma che si definisce città dell’accoglienza».