Il nipote di re Idris: «Al colonnello chiedo pietà per i miei fratelli»

Non è una bandiera bianca quella che sventola sulle piazze di Tripoli e Bengasi. La gente che è scesa in strada è andata a riprendere la bandiera della monarchia. Sono i nostalgici di re Idris, cacciato nel ’69 da Gheddafi. Il principe Hashem Abed el Senussi è il nipote del re: «Guardo le immagini dei giovani morti in piazza e mi piange il cuore. Sono giorni che vedo quelle bandiere sventolare nelle piazze, la gente ha amato il suo re».
Se i libici lo volessero, lei tornerebbe?
«Non tornerei da re, il popolo è sovrano. Ma sono anni che mi preparo per tornare a servire il mio popolo. Ho studiato, ho preso una laurea in scienze politiche e una in sociologia. Ho voglia di tornare a casa, tra i miei fratelli».
Il principe Hashem segue la rivoluzione dalla sua casa di Roma. La televisione è sempre accesa su Al Jazeera, ogni tanto abbassa il volume per parlare, poi le voci in arabo ricominciano a dare notizie. E sono sempre notizie di morti. «Chiedo pietà per la mia gente. Non possono venire ammazzati tutti come dei ratti». Eppure è stata l’ultima promessa di Gheddafi: «Schiaccerò i rivoltosi come ratti, li scoverò casa per casa». Un bollettino di guerra. Il Principe guarda le immagini e si commuove.
Cosa succederà?
«Con questo discorso Gheddafi ha firmato la sua condanna a morte».
Che fine farà il Colonnello?
«Ormai è rimasto un uomo solo al comando. Lo hanno abbandonato tutti. Gli sono rimasti solo i figli. È questione di ore. È fuggito anche il ministro degli Interni, il fedelissimo Younis al-Obeidi, l’unico che Gheddafi abbia nominato nel suo discorso. Eppure due ore dopo era in tv per dire che era passato all’opposizione. Un brutto colpo per il Colonnello che contava su di lui».
Cosa vorrebbe dire a Gheddafi?
«Di avere pietà. Come l’ha avuta con la mia famiglia nel '69. Poteva ammazzarci ma non lo ha fatto. Ci ha permesso di fuggire in esilio. Oggi gli chiedo di risparmiare i civili, tutti quei giovani scesi in strada a chiedere democrazia e libertà».
Si aspettava questa rivolta in Libia?
«Sì, sapevo che sarebbe successo. Piuttosto non mi aspettavo quella della Tunisia, ma quando ho visto che il muro della paura era crollato, ho capito che anche l’orgoglio del mio popolo si sarebbe risvegliato».
Chi manovra queste rivolte?
«Non c’è una regia dall’alto. È semplicemente la gente che è stanca di sentirsi oppressa».
C'è il rischio di secessione?
«No la gente è unita. A Bengasi ci sono state manifestazioni in sostegno dei morti di Tripoli. E questo spiega tutto. La Libia è unita e chiede democrazia».
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