No ad Amauri ma non scomodiamo il patriottismo

Il pazzinismo è l’ultima moda della nazionale di Lippi. Fuori lo straniero, oggi si chiama Amauri, domani chissà. L’Italia agli italiani, il resto si accomodi in tribuna. Balle demagogiche. Nessuna difesa del brasiliano della Juventus, continui a giocare come sa (o sapeva), provi a far crescere se stesso e la squadra per la quale gioca, poi, eventualmente, una volta messa in regola la sua posizione civile e legale, potrà essere inserito nella lista dei convocati del commissario tecnico. È questo l’unico argomento sul quale si dovrebbe discutere, tecnico e regolamentare: Amauri serve o non serve alla nazionale? Serve al Lippi oggi ct o al Lippi futuro dirigente bianconero?
E invece le parole volano sulla Patria, sulla fede alla bandiera e, di conseguenza, alla maglia azzurra, di una purezza d’origine che non permetta compromessi. Non voglio tirare di nuovo in ballo gli esempi antichi, Orsi, Monti, Sivori, Maschio, Angelillo e compagnia oriunda, o ancora Camoranesi che non canta Mameli oppure Pablo Daniel Osvaldo che, argentino di nascita, ha scelto l’Italia ed è stato chiamato nella Under 21 senza che nessuno strillasse al tradimento del tricolore e dei suoi valori storici, forse perché la piccola Italia non interessa, non fa titolo e dibattito.
Piuttosto date un’occhiata alla nazionalità dei rugbisti che hanno difeso l’Italia contro gli All Black a San Siro, controllate la carta di identità della Idem nella canoa, di Fiona May nel salto in lungo o della Aguero nella pallavolo, verificate se Massa e Alonso siano nati a Maranello eppure scaldano i nostri cuori patriottici se guidano la Ferrari, risfogliate l’almanacco del tennis alla voce Mulligan Martin, australiano finalista a Wimbledon ma poi inserito nella squadra azzurra.
L’Italia agli italiani, non sempre, allora. Dipende dalle esigenze, dalle Olimpiadi, dai campionati europei o mondiali. È vero comunque che l’identità di un Paese debba essere tutelata e in tal senso le norme Fifa per il football sono chiare: un tesserato deve aver trascorso almeno gli ultimi cinque anni nel Paese per il quale poi sceglie di giocare. L’Uefa vorrebbe aumentare a sette anni questo tetto per evitare ambiguità e turbative, considerati anche i casi dei passaporti falsi che hanno riguardato molte federazioni.
Tornando ad Amauri lo juventino non è agevolato anche dal suo comportamento e dalle sue dichiarazioni sul tema: non ha mai chiarito se intenda definitivamente abbandonare la possibilità e probabilità di giocare per il suo Paese di origine, il Brasile, e nemmeno ha dichiarato la sua fede italiana, al di là del passaporto. Amauri nulla ha fatto per farsi coccolare, desiderare, inseguire, forse anche questo aspetto, non marginale, non agevola la soluzione del suo caso. Pazzini, comunque, ha espresso anche un pensiero comune allo spogliatoio azzurro, una specie di respingimento a chi non ha fatto parte dell’avventura in questi anni, compresi Totti e Nesta si potrebbe dire. Dicono che così si debba comportare il “gruppo” anche se a questo preferisco la “squadra” che è realtà ben diversa e sostanziale.
Totale: la storia della nazionalità è una balla demagogica; nel calcio i tedeschi hanno assorbito reduci polacchi, turchi e svizzeri; gli inglesi hanno attinto a un canadese e alle colonie, come i francesi con caraibici, africani, baschi, armeni calmucchi (Djorkaeff padre e figlio) e anche della Nuova Caledonia (Karembeu).
Samuel Johnson, critico letterario britannico del Settecento, scrisse una frase che due secoli dopo venne pronunciata da Kirk Douglas in Orizzonti di gloria: «Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie». Non ci sono canaglie ma non è nemmeno un film. E non sono nemmeno cavolate, come sostiene con il consueto garbo il futuro dirigente Lippi.