«No ai contributi Ue? Ma sapete che significa fare gli agricoltori?»

Caro direttore,
questa volta non andiamo d’accordo. Ho letto la tua lettera del 6 maggio e mi sento in dovere di contestarti alcune cose; non tutte. Vero è che la regina d’Inghilterra potrebbe fare a meno, come altri ricconi, dei contributi della Pac. Spieghiamo però anche cosa significa fare impresa agricola nella Comunità europea degli anni Duemila, anche per la regina d’Inghilterra. Ti faccio due rapidi conti. Io gestisco un’azienda agricola di circa 100 ettari alle porte di Milano. Facciamo finta che io coltivi tutti i miei 100 ettari a mais (se fossero soia, riso o frumento cambierebbe poco): ogni ettaro in media produce 11 tonnellate di mais e ogni tonnellata ha un valore medio di 136 euro a tonnellate. Dal che si deduce che il fatturato medio, per ogni ettaro coltivato, è di 1.496 euro. E il fatturato complessivo è di 149.600 euro cui si aggiunge il contributo Ue di circa 75mila euro. Totale ricavi: 224.600 euro. Adesso passiamo al capitolo dei costi. Quelli diretti ammontano a circa 140 mila euro. Poi mi concederai di avere anche dei costi fissi: corrente elettrica, ufficio da riscaldare, assicurazioni, linea diretta con Adsl, tassa comunale per lo smaltimento dei rifiuti, tassa provinciale per gli accessi dalle campagne alle strade provinciali, Ici, smaltimento rifiuti speciali, acqua per irrigare i campi, iscrizione alla Confagricoltura (necessaria per tenermi al passo con le normative di tutti i tipi e le razze), iscrizione alla Camera di Commercio... e sono sicuro di aver dimenticato qualcosa. Li quantifico, per difetto, in 10mila euro l’anno. A questo va aggiunto l’affitto del terreno (o il rendimento del capitale): 100 ettari in pianura padana valgono 5 milioni di euro, per cui stimiamo questa voce in circa 60mila euro. E infine il lavoro: per fortuna io ho un solo dipendente (grazie Cesare per la dedizione) che mi costa 30mila euro l’anno. Il totale dei costi è di 240 mila euro (e non ho messo nel conto il mio lavoro: io lavoro gratis e per la gloria...). Hai letto bene? 224.600 di ricavi (con i contributi Ue), 240mila di costi. E adesso dimmi: chi me lo fa fare? I conti sono fatti a memoria, alle 11 di sera, dopo un’intera giornata passata a litigare con il terreno duro, con qualcosa come 3 milioni di semi di granoturco seminati nei giorni scorsi, che vorrebbero nascere, ma hanno bisogno del mio aiuto... Quasi un parto cesareo per ciascuno dei 3 milioni. Se ti interessa approfondire l’argomento, ti ospito per un pane e salame (sono anche produttore di salame di Varzi...) in cascina, magari con un po’ di Bonarda... Non fare demagogia sugli aiuti all’agricoltura: non tu! È troppo importante l’argomento...
Franco Nulli - Milano

La tua lettera, caro Franco, è bellissima. Ma non capisco che cosa c’entri con gli sprechi della Pac. Tu ci descrivi le difficoltà di un’impresa agricola: capisco. Ti sono vicino. Ma se tu sei in queste condizioni, dopo cinquant’anni di politica agricola che ti avrebbe dovuto aiutare, non vorrà dire che questa politica agricola non ha funzionato? Non è che forse, anziché dare soldi alla Nestlè, al principe di Monaco e alla regina d’Inghilterra, era meglio fare in modo che quelli come te avessero meno problemi? E poi, un’altra cosa: sei sicuro che «fare impresa agricola» sia così per tutti oggi in Europa? Anche per la regina d’Inghilterra, come scrivi? Anche lei accudisce le piantine di mais come bebé? Anche lei si spacca la schiena sul terreno duro? Nessuno fa demagogia. Ma non si possono nemmeno chiudere gli occhi di fronte agli scandali e alle inefficienze europee, perché i primi a pagarne il prezzo siete proprio voi. Non credi? Fatti sentire e ne parliamo quando vuoi, per tanti motivi. Il primo dei quali è che salame e Bonarda mi garbano assai.