No ai domiciliari, autonomi restano in cella

Per il giudice: soggetti incapaci di «adeguarsi spontaneamente» alla convivenza civile

Il gip Mariolina Panasiti, ha rigettato ieri l’istanza di scarcerazione per altri otto esponenti di centri sociali, arrestati dopo gli incidenti dell’11 marzo scorso in corso Buenos Aires. Dove furono distrutte vetrine e bruciato un An point, con diversi agenti delle forze feriti dal lancio di razzi e altro materiale incendiario. Già ieri il gip aveva negato gli arresti domiciliari ad altri 4 ragazzi che avevano presentato richiesta di scarcerazione.
L’11 marzo Milano conobbe una delle sue peggiori giornate per l’ordine pubblico dai terribili anni ’70. Quel giorno alle 16 da piazza Oberdan sarebbe dovuto partire un corteo di Forza Nuova, estrema destra, che dopo aver sfilato lungo corso Venezia sarebbe arrivato a San Babila per il comizio di chiusura della manifestazione.
Intorno a mezzogiorno da diversi Centri sociali milanesi uscirono qualche centinaio di giovani. In piazzale Loreto il prologo: una Fiat Punto dei carabinieri, non impegnati in ordine pubblico ma semplicemente di passaggio, venne assaltata e danneggiata da alcuni autonomi. Arrivati in fondo a corso Buenos Aires i manifestanti attaccarono le forze dell’ordine. Volarono pietre, razzi, bombe carte imbottite di chiodi e bulloni. I giovani si accanirono contro le vetrine dei negozi, le auto in sosta e un ufficio elettorale di An, devastato da un incendio doloso. E tutto per niente, visto che la manifestazione di Forza Nuova ebbe poi regolarmente luogo.
La polizia fu costretta a intervenire e tra una carica e l’altra bloccò 45 giovani. Una ventina furono rilasciati nei giorni successivi, per alcuni non furono trovati elementi probanti, qualcuno fu forse davvero preso per sbaglio, mentre 25 rimasero a San Vittore. Nonostante vari ricorsi ultimo dei quali quello rigettato ieri dal gip Panasiti. Il magistrato, ripetendo le motivazioni con cui l’altro giorno ha respinto altre quattro richieste di scarcerazione, ha scritto che la manifestazione era stata «un’adunanza violenta e sovversiva» oltre che «pianificata» e sottolineando l’assenza di pentimento da parte degli indagati. Il giudice aveva reputato il carcere l’unica «misura preventiva ai fini di scongiurare la reiterazione criminale» per soggetti ritenuti incapaci di «adeguarsi spontaneamente alle prescrizioni» delle autorità e ai canoni della convivenza civile.