«No alle confuse pretese sulle nozze gay»

Il Vaticano critica l’atteggiamento degli omosessuali che rivendicano il diritto a un riconoscimento pubblico

Andrea Tornielli

da Roma

Giovedì scorso, ricevendo gli amministratori di Roma e del Lazio, Benedetto XVI aveva detto senza mezze misure che «è un grave errore oscurare il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio, attribuendo ad altre forme di unione impropri riconoscimenti giuridici, dei quali non vi è, in realtà, alcuna effettiva esigenza sociale». E ieri, alla vigilia della manifestazione in favore dei Pacs, è sceso in campo il quotidiano della Santa Sede, che definisce «confuse pretese» quelle degli omosessuali che rivendicano il diritto a un riconoscimento pubblico della loro unione.
L’articolo dell’Osservatore Romano è firmato da Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione giuristi italiani. Lo studioso scrive che «è sul piano delle provocazioni che sembra che il dibattito si stia collocando: è tipica la convocazione, in una centralissima piazza di Roma, di una manifestazione per “benedire laicamente” le unioni di fatto di personaggi più o meno mediaticamente conosciuti...». D’Agostino si dice «ancora in attesa di un argomento consistente, a favore del riconoscimento legale dei Pacs», perché, sostiene, finora sono fioccati solo «slogan, cortei e invettive», «assurdi corto-circuiti». Delle coppie di fatto che non vogliono sposarsi «è doveroso che il diritto non si occupi», si legge nell’articolo pubblicato sull’Osservatore Romano: «Esse non hanno l’intenzione di assumere quei doveri che sono parte essenziale dell’istituto matrimoniale» e «peraltro i giuristi ben sanno che praticamente tutti quei diritti al cui riconoscimento aspirano i partner di una unione di fatto possono essere attivati tramite il diritto volontario e senza alcuna necessità di introdurre nel codice nuovi istituti». Ma, secondo D’Agostino, anche per le coppie gay, che non possono sposarsi, «l’offerta dei Pacs è senza senso».
«Che cosa resta dunque delle istanze sociali che giustificherebbero l’introduzione in Italia dei Pacs?», si chiede il giurista nell’articolo pubblicato sul quotidiano vaticano, dicendosi certo subito dopo che la richiesta ne nasconda un’altra «profondamente diversa, quella di una prima forma di riconoscimento legale delle coppie omosessuali, che dovrebbe aprire la strada, in tempi ora come ora imprevedibili, ma che per alcuni dovrebbero essere brevi, ad una compiuta equiparazione al matrimonio tout court del matrimonio omosessuale».
D’Agostino si dice certo che «si è aperta una partita decisiva: la famiglia chiede di essere difesa; ma per difenderla non c’è bisogno di argomenti sociologici o religiosi; bastano comuni argomenti umani, perché ciò che la famiglia tutela e promuove è innanzitutto il bene umano».
L’argomento delle unioni di fatto è stato toccato ieri anche dall’arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, nella lezione magistrale di apertura del corso di formazione «all’impegno sociale e politico» dell’Istituto «Veritatis Splendor». Caffarra ha detto che lo Stato deve favorire gli stili di vita che «creano e custodiscono valori sociali». L’arcivescovo ha spiegato che «una coppia omosessuale non può essere messa sullo stesso piano e definita famiglia allo stesso modo del matrimonio. Non si tratta di privare ciascuno del diritto di vivere come vuole (purché non violi il codice penale), ma di sapere, di interrogarsi se una totale neutralità dello Stato alla fine non dilapidi il suo (dello Stato) necessario ordine normativo ed i capitali sociali indispensabili». «In questo - ha concluso Caffarra - il relativismo etico soprattutto, ma anche l’agnosticismo etico non è una base consistente per una giusta convivenza umana».