No Angelo Codevilla? No (Tea) Party

È sempre utile nei momenti di profonda crisi economico-finanziaria e, massì, anche politico-spirituale, andare a vedere cosa pensano dalle parti di Chicago, dove l’aria è sovente un po’ più cristallina che altrove: Milton Friedman, certo, ma anche Allan Bloom (La chiusura della mente americana si sta rivelando ogni giorno sempre più profetico) e pure Saul Bellow, quello dei romanzi tra l’anarchico e lo scanzonato, saggezza da commesso viaggiatore ebreo e vitalità impavida da ragazzaccio di strada cresciuto lontano da Washington. Tutta un’atmosfera, dunque, un sentore di libertà che sa di grano e di tabacco, e un culto del lavoro e dei risultati tangibili, al cui cospetto molto di ciò che accade o viene prodotto e pensato sulle due coste, atlantica e pacifica, è viziato dalla troppa aria condizionata, da una dimensione intellettuale sul genere «Grande Mela più Hamptons» o «Berkeley più Chateau Marmont», che avrebbe lasciato senza parole (e persino annoiato) pure Georg Simmel.
Ai nomi di cui sopra (oltre a Walter Laqueur, sebbene non tenga residenza concettuale sulle rive del lago Michigan) potremo aggiungere quello di Angelo Codevilla, in America saggista famoso e molto influente, da noi, purtroppo, sconosciuto. L’ignoranza sta però per finire: l’editore piemontese (dettaglio importante) Grantorino Libri, insolita casa editrice dalla struttura social business, pubblicherà tra un mese La classe dominante. Come hanno corrotto l’America e come possiamo rimediare, libro che negli Stati Uniti ha fatto parecchio discutere, ma questo è tipico degli intelletti come Codevilla.
Arrivato dall’Italia, per la precisione da Voghera, negli Usa a 13 anni, non ricco, Codevilla ha potuto studiare alla Rutgers University, proseguire alla Notre Dame e alla Claremont. È stato ufficiale di marina, funzionario del Foreign Office e soprattutto membro del Transition Team durante l’insediamento di Ronald Reagan. Successo non da poco per un immigrato dell’ultima ora: il «gruppo di transizione» opera tra l’elezione di un presidente e il suo insediamento alla Casa Bianca (l’ultima settimana di gennaio) e ha il compito di collocare nei gangli amministrativi i dirigenti in linea con la politica del partito vittorioso, affinché diano sostanza al mandato degli elettori. Essere chiamati in un Transition Team vuol dire conoscere strategicamente uomini e retrovie del potere, e avere una visione chiara di dove e come intervenire nel corpo degli Stati Uniti. L’esperienza - come quella, da studioso, alla Cia - è stata utile a Codevilla, perché ha potuto conoscere esigenze e speranze dell’America «delle cinture» (del cotone, della ruggine), delle fasce centrali, quella dei lavoratori che tengono in piedi la nazione «dall’interno», alzandosi all’alba e chiedendo alla politica, da quattro secoli, una cosa sola: meno Stato, meno Stato, meno Stato. La pancia dell’America, quella che dice: «A me ci penso io», e che dell’assistenzialismo, della pervasività onnivora della macchina pubblica, delle viuzze troppo strette di New York non sa che farsene.
Questa America è (anche) quella dei Tea Parties, che non sono né democratici né repubblicani ma esprimono un viscerale bisogno yankee di spazi aperti, di un mondo, neanche troppo ideale, dove ciascuno sia responsabile di sé e la solidarietà tra individui non sia posticcia o glamour-sentimentale. Piuttosto, su feconda suggestione di Codevilla, si potrebbe dire che la vera divisione interna agli Stati Uniti è tra Wasp (bianchi anglosassoni protestanti) e non Wasp. Questo è il crinale su cui va cercato il sentimento di fondo con cui gli statunitensi guardano alla crisi: «Mentre gli europei - scrive Codevilla in La classe dominante - sono avvezzi a essere governati da individui che presumono di essere i migliori e che sono consapevoli di non godere della fiducia dei governati, quando gli americani hanno scoperto di essere governati come se fossero europei lo shock che ne è conseguito ha gettato il paese in uno stato d’animo quasi rivoluzionario». E prosegue: «La patologia americana è tanto più grave in quanto è bipartisan. Chiunque occupi una carica, repubblicano o democratico, condivide con i seguaci la presunzione di dover dominare tutti gli altri». È da queste élites che gli americani si sono sentiti traditi: lo sfacelo di Obama (élite harvardiana) deriva da tale presa di coscienza.
Populismo alla Thomas Sowell, quello di Codevilla? Facile liquidarlo così. I «ribelli» dei Tea Parties e i loro fiancheggiatori elettivi o inconsapevoli sono gli stessi che hanno «adottato» parchi e lampioni delle proprie cittadine dopo che alcune amministrazioni municipali sono precipitate nel crash imposto dalla crisi. Ancora una volta hanno detto: «Facciamo da soli, lasciateci fare». Quando la risposta degli individui è così concreta, ogni altra filosofia, per quanto chic, è ingannevole.