Il «no B-Day?» È contro Bersani

Se c’è un’anomalia in questa Italia fuorionda non è Berlusconi ma la mancanza di un’opposizione. Se c’è un leader del centrodestra che nell’immaginario collettivo della sinistra appare come il liberatore è perché nell’opposizione c’è ancora bisogno di riempire una piazza per dimostrare di esistere. Se c’è qualcosa di pericoloso nell’Italia di oggi non è il centrodestra che vuole costruire un regime ma il centrosinistra che non riesce a parlare al Paese. C’è davvero qualcosa di beffardo sul modo in cui il Pd sta passando dall’eredità dell’egemonia culturale di Gramsci e Togliatti a quella di Travaglio e Padellaro e dell’ultimo incredibile epigono del populismo piazzaiolo di sinistra, quel Giuseppe Grisorio detto «el griso», il pittoresco studente che ha messo in ginocchio la segreteria di Pierluigi Bersani.
Tutto ci aspettavamo, dopo il tormentato congresso del Pd, tranne che l’erede del solido riformismo emiliano-romagnolo, quello delle cooperative, quello che tenne testa ai bulloni e alle chiavi inglesi dell’autonomia operaia nel 1977 a Bologna, capitolasse comicamente di fronte al tam tam di internet, agli appelli virtuali, alla convocazione di una manifestazione che a contare i contatti dovrebbe portare 5 milioni in piazza e che nella realtà potrebbe risultare solo un esercizio di stile di alcuni ragazzini con il bernoccolo del computer. Tutto ci aspettavamo tranne che la coppia riformista Letta-Bersani precipitasse anche lei nell’ossimoro che ha mandato in tilt il veltronismo, il «ma anche» di crozziana memoria. Quella strana voglia per cui il Pd è in piazza, ma anche non c’è. Il Pd è contro l’antiberlusconismo ma anche al fianco dei ragazzi che si radunano a Roma in nome dell’antiberlusconismo. In questi giorni la disfatta del partito guida dell’opposizione era tutta in questo dialogo schizofrenico: «Non partecipiamo alle manifestazioni che non organizziamo noi». Ma anche: «I nostri dirigenti, i nostri militanti saranno in piazza».
Secondo il Fatto, il vero leader dell’opposizione è Gianfranco Fini. Fabio Granata cinguetta con l’antimafia, e ci spiega perché attende la deposizione di Spatuzza in un’intervista a La Stampa. Il presidente della Camera sussurra amichevolmente in un fuorionda con il procuratore che oscurò le reti Mediaset con il famoso decreto, Flavia Perina, la direttrice del Secolo ruba la scena a Veltroni, suo cofirmatario della proposta di legge sul voto agli immigrati, e Italo Bocchino, dulcis in fundo, si toglie la soddisfazione di affondare il candidato del centrodestra nella sua regione a colpi di esternazioni e battutine nei salotti televisivi. Insomma, la fragilità dei riformisti ha prodotto due risultati impazziti. La resurrezione della sinistra massimalista e girotondina, molto chic ed elettoralmente nociva (per il centrosinistra) e la distorsione di una parte del centrodestra che è andata a occupare il vuoto politico dell’opposizione. Se i riformisti italiani si svegliassero dal loro letargo sarebbe possibile uscire dall’emergenza giudiziaria, mettere a tacere il tintinnare delle manette, spegnere l’eterno sogno del ribaltone con cui gli estremisti sconfitti, dal 1994 a oggi cercano inutilmente di esorcizzare il fantasma di Berlusconi.
Ma perché questo accada il «ma anche» deve diventare «no». Bersani deve liberarsi dalla soggezione che l’ha pietrificato. Deve ribellarsi a chi gli pone veti, deve mettere nell’angolo le tentazioni movimentiste con cui i veltroniani tentano di riscattare la loro sconfitta elettorale. Servono politici capaci di dire chiaramente no alla piazza, e non più riformisti di buone intenzioni che non possono dire no a Di Pietro e all’estremismo che continua a essere, anche nel terzo millennio, la malattia della sinistra italiana. Questa debolezza è doppiamente pericolosa perché figlia della sconfitta. Nel 1993 dirigenti sindacali del calibro di Bruno Trentin non esitarono a farsi tirare bulloni in testa per non cedere alla pressione della piazza. Nel 2002 Massimo D’Alema sfidò, in una sorta di duello rusticano, i professori alla Paul Ginsborg, che volevano fare da mosche cocchiere. Massimo D’Antona e Marco Biagi si sono fatti uccidere pur di non cedere alle minacce di un estremismo che li individuava come nemici e non esitava a metterli nel mirino e sparare sentenze di morte. Tutti gli uomini migliori della sinistra, nella storia di questi anni, non sono venuti dai sì ma dai no. Che però possono nascere soltanto dal coraggio.