No bandiere, trombette e striscioni Alle Olimpiadi proibito fare il tifo

Gli organizzatori temono manifesti inneggianti ai diritti umani, contro le repressioni in Tibet, in favore di rivendicazioni religiose. Per i responsabili tutte le norme pubblicate sono in linea con i regolamenti

Benvenuti ai giochi proibiti. Quella d’agosto sarà l’Olimpiade senza bandiere e senza striscioni, senza fantasie e senza emozioni. Chi sognava i Giochi capaci di cambiare la Cina è servito. Il libretto rosso del «buon spettatore», reso pubblico ieri dal comitato organizzatore delle Olimpiadi di Pechino, parla chiaro: dentro gli impianti «non saranno accettati neppure gli striscioni con scritto “Go China”, forza Cina. Il riferimento ai tifosi di casa è, va da sé, puramente strumentale.

La grande paura, il vero incubo dei solerti organizzatori, è uno striscione inneggiante ai diritti umani, alla libertà del Tibet o alle rivendicazioni religiose. Per capirlo basta scorrere l’elenco di 26 proibizioni e divieti studiato per trasformare anche il pubblico straniero in un’obbediente, inquadrata legione di «buoni spettatori». Bandiere, striscioni e qualsiasi straccio capace d’esprimere in uno sventolio quello che i cinesi non devono né ascoltare né pensare sono la vera paranoia del «grande fratello» nascosto tra i cinque anelli. Così, per prevenirla, si vietano innanzitutto «le bandiere di membri non iscritti al Comitato olimpico e paraolimpico».

La norma, sufficiente a evitare gli antichi stendardi tibetani o gli insopportabili colori di Taiwan, non garantisce però l’assenza di scritte o slogan contrari al retto pensiero. Per tutta sicurezza, meglio dunque bandire anche striscioni, manifesti e tatzebao. «A chi verrà ai Giochi suggeriamo di non portare striscioni di alcun tipo perché dobbiamo creare un clima di fair play e garantire la tranquillità degli atleti provenienti dagli altri Paesi», si giustifica Huang Keying, vicedirettrice per i servizi agli spettatori del Comitato organizzatore delle Olimpiadi. L’attenta signora Keying si guarda bene dal pronunciare la parola divieto o proibizione.

Il «libretto rosso» dell’obbediente compagno-spettatore che lei si ostina a definire «buone abitudini per buoni Giochi» si rivela ben presto un’interminabile lista di diffide e inibizioni. Vietato organizzare «nei luoghi dove si svolgono le Olimpiadi e nelle zone adiacenti qualsiasi tipo di manifestazione politica, religiosa e di propaganda razziale». Vietato leggere o mettere in borsa libri e opuscoli di contenuto «commerciale, religioso, politico, militare o relativo ai diritti umani, all’ambiente e alla difesa degli animali».

Vietate le foto con il flash. Vietate le telecamere troppo sofisticate in grado di trasformare gli spettatori in improvvisati e incontrollabili giornalisti. Vietati gli infernali e pericolosi registratori capaci di diffondere all’estero la vocale protesta di qualche insoddisfatto compagno di spalti cinese. Se neppure questo spegne la passione degli sportivi più focosi, allora meglio ricordare che negli stadi del «grande fratello» sarà sufficiente un gesto di troppo per trasformarsi da buon tifoso in elemento facinoroso: un soffio troppo prolungato in un fischietto, un incitamento troppo accorato, un mal trattenuto insulto a un arbitro distratto o un balzo di troppo davanti alla squadra del cuore basteranno a garantirsi un bel cartellino d’espulsione e la fine di tutti i sogni di spettatore.

Per la direttrice Huang Keying, tutti i divieti pubblicati «sono assolutamente in linea con la Carta olimpica e sono stati pensati per garantire l’ordine e la sicurezza dentro gli stadi». E magari anche a esorcizzare la temuta «ola» del «chi non salta cinese è».