Il No cancella le riforme, Italia ferma al 1948

Massimiliano Scafi

da Roma

Spoglio flash, velocissimo: alle cinque della sera, due ore dopo la chiusura dei seggi, mentre a Kaiserslautern l’arbitro fischia l’inizio di Italia-Australia, a Roma la partita del referendum è già bella che finita. «Il lavoro dei seggi è stato certamente facilitato dalla semplicità del quesito, ma anche dalla concomitanza di un altro evento», ci scherza su il ministro dell’Interno Giuliano Amato. Spoglio ultrarapido e risultato netto: vince il no, con quindici milioni e mezzo di voti, il 61,3 per cento, contro il 38,7 del Sì, nove milioni e 600mila voti. Bocciata quindi la riforma della Costituzione, si torna adesso alla Carta del 1948, con in più i ritocchi al Titolo V apportati cinque anni fa dal centrosinistra. Abbastanza alta pure l’affluenza, che tocca quasi il 54 per cento: stavolta non ce n’era bisogno, ma per la prima volta dopo dieci anni una consultazione popolare raggiunge il quorum della metà più dei cittadini.
Dunque non c’è match, non c’è suspense, non c’è nemmeno mezz’ora di incertezza. La sfida prende una certa piega già dagli exit-poll. E all’ora di cena, mentre in tv i processi agli azzurri di Lippi si mescolano alle analisi sul voto, i risultati definitivi consegnano una situazione senza appello. Il No prevale ovunque in tutte le cinque maxiregioni, ma più nettamente al sud, 74,8 per cento contro 25,2, al centro, 67,7 a 32,2 e nelle isole, 69,9 a 30,1. C’è equilibrio soltanto al nord, dove finisce 52,6 a 47,4. Ma le grandi città, compresa Milano e Venezia, premiano il no, mentre nelle regioni il Sì la spunta solo in Lombardia e Veneto. In Lombardia si esprimono a favore della riforma due milioni e 400mila elettori, pari al 54,6 per cento: contrari due milioni. In Veneto i Sì sono il 55,3 e i No il 44,7 Sostanziale pareggio in Friuli-Venezia Giulia, 50,8 contro 49,2. In tutte le altre prevale il no. Dal Piemonte, 56,6, al Trentino-Alto Adige, 67,7, alla Liguria, 63.
Buona la mobilitazione dei contrari alla legge in Emilia, Toscana, Marche, con percentuali che vanno dal sessanta al settanta per cento. Nell’Italia centrale il No, 67 per cento, ha praticamente doppiato il Sì. Ma il vero boom dei no si registra nel Mezzogiorno. Campania 75,3, Molise 71,7, Puglia 73,5, Basilicata 76,9, Calabria addirittura 82,5. Numeri alti nelle urne, che si abbinano però a quelli molto più modesti della partecipazione alla consultazione popolare. Quanto agli italiani all’estero, il Sì è davanti in America e soccombe in Europa.
Crotone, con il suo 86,2 per cento contro il 13,8, è la capitale dei contrari alle modifiche alla Costituzione. Napoli arriva al 78,2, Roma con un milione 156mila voti, è al 67,7. Al capo opposto, geografico e politico, dell’Italia, c’è Sondrio, dove il Sì ha prevalso con il 65,6. Sopra o attorno al 60 per cento i favorevoli alla riforma pure a Como, Bergamo, Brescia, Varese, Treviso, Verona, Vicenza. E discreti risultati il Sì li ottiene a Monza, Lodi, Lecco, Pavia, Cremona, Cuneo, la Novara di Scalfaro, Vercelli, Biella, Padova, Belluno, Pordenone, Udine, Imperia. Ma mentre il No vince anche in diversi centri del profondo settentrione - Mantova, 55,4, Venezia, 53,6, Rovigo, 53,9 - sotto il Po il Sì non a sfonda da nessuna parte. Solo a Latina, 45,2, e Viterbo, 41, riesce ad avvicinarsi.
Il risultato del referendum chiude una lunghissima stagione elettorale iniziata il 9 aprile e riapre il dibattito sulle «riforme condivise». Sarà difficile vedere ripartire macchine, apparecchiare tavoli o insediare bicamerali, perché si litiga ancora su quasi tutto, ma su una cosa sembrano tutti d’accordo, sull’altissima partecipazione complessiva degli italiani al voto. È la prima volta, dal 1995, che una consultazione popolare supera la soglia del 50 per cento dei votanti. È la prima volta, da diverso tempo, che l’affluenza sale e non diminuisce. Ed è la prima volta, da una quindicina d’anni, che viene raggiunto il quorum, anche se stavolta, trattandosi di un referendum confermativo e non abrogativo, superare lo sbarramento non era obbligatorio. Si tratta comunque di un’interessante inversione di tendenza: il 7 ottobre del 2001, per l’omologa chiamata alle urne sulla contestata legge di modifica del Titolo V, si presentarono ai seggi solamente il 34,1 per cento degli aventi diritto. Un italiano su tre.