Dopo il "No Cav Day" a sinistra scoppia l'ultima guerra civile

Gli slogan al corteo creano una frattura tra le varie anime dell'opposizione: è tutti contro tutti

Roma - Alla fine, questa manifestazione di Piazza Navona, questo ennesimo girotondo, diventerà probabilmente materia per gli storici e, se ci fosse un documentario di Quark, dovrebbe essere raccontato come un nuovo Big Bang il punto in cui tutti i punti di solidarietà a sinistra, e tra le sinistre, sono saltati, il giorno in cui tutti sono diventati nemici di tutti. C’era davvero qualcosa di strano, ieri, in quella cerimonia di dissociazioni che ha finito per alluvionare le agenzie. Ma non doveva stupire, se è vero che il primo record, nel girotondo di Piazza Navona, lo aveva stabilito Furio Colombo con una inedita dissociazione istantanea.

Marco Travaglio fa le pulci al Presidente della Repubblica, e lui si dissocia; Sabina Guzzanti mette nel mirino sia il Colle sia Papa Ratzinger, e lui si dissocia. Peccato che poi la stessa attrice abbia raccontato che, appena scesa dal palco, Colombo le aveva fatto i complimenti. Eppure, il girotondo di Piazza Navona è stato questo, una grande centrifuga che ha separato amicizie antiche; l’ex direttore dell’Unità era stato uno dei più appassionati sostenitori sia del giornalista sia dell’autrice satirica, e adesso prendeva le distanze. Così come Antonio Di Pietro, che fino al giorno prima li esaltava e li portava a esempio, e che sempre ieri, dopo il girotondo, era costretto a puntualizzare: «Non sono d’accordo con le loro critiche al capo dello Stato».

Il grande Big Bang ha fatto esplodere anche quella contraddittoria e fragile alleanza che aveva tenuto insieme Veltroni e Di Pietro, e dunque Veltroni va a Matrix a dire: «La manifestazione di piazza Navona aveva un copione che sembrava scritto da Silvio Berlusconi, è il miglior regalo che si potesse fare al centrodestra». Ovviamente Paolo Flores d’Arcais e Pancho Pardi sostengono esattamente il contrario, e cioè pensano che sia il Partito democratico la vera ambiguità, la formazione che regala al centrodestra una legittimità che la vittoria non gli ha concesso. Insomma, l’opposizione moderata si divide da quella radicale, ma dentro l’opposizione radicale ci sono i girotondini più puri e duri, e quelli meno duri, ci sono i girotondini politicamente corretti e quelli politicamente scorretti, ci sono i girotondini che pensano che la loro identità sia sparare con più ferocia sul centrosinistra che tradisce dialogando con Berlusconi come se questo fosse ancora più importante che opporsi a Berlusconi.

A segnare una linea di discrimine, il confine fra i moderati e i radicali, ieri non era l’appartenenza politica, ma addirittura una cifra stilistica, linguistica, espressiva. Ciò che unisce la radicalità di Sabina Guzzanti e di Marco Travaglio non è quindi una sigla o uno schieramento, ma è la loro assoluta indipendenza da qualunque controllo e da qualunque appartenenza di partito. Ieri Antonio Di Pietro si considerava per certi versi un vincitore, il titolare dell’unico partito che si oppone al regime, ma nel momento stesso in cui iniziava a erodere consensi al Partito democratico per lui diventava un problema condividere la radicalità delle critiche espresse da Travaglio e dalla Guzzanti. C’era in quel patto elettorale, firmato prima delle elezioni da Veltroni e da Di Pietro, un’ambiguità di cui tutti erano consapevoli. Veltroni accettò di sbattere la porta in faccia ai socialisti che non volevano rinunciare al proprio simbolo, sostenendo che Di Pietro si era accordato con lui sulla scelta di un gruppo unico dopo le elezioni. Ovviamente era una balla a cui non credette nessuno, e infatti il primo atto di Di Pietro dopo le elezioni fu la costituzione di un gruppo autonomo dell’Italia dei valori.

Così il risultato di oggi è che ci sono i socialisti che recriminano per la mancata alleanza e fischiano Veltroni per la scelta di escluderli dalla coalizione, ci sono i socialisti che fischiano Veltroni solo perché difende l’alleanza con Di Pietro, senza poter immaginare che solo due giorni dopo Veltroni andrà a Matrix a scaricare Antonio Di Pietro. Tutti contro tutti, in un grande Big Bang, vuol dire che una sorta di febbre ha contagiato la sinistra, e tutte le sinistre. I rifondatori dell’ex ministro Ferrero odiano più di tutti i rifondatori di Nichi Vendola, i rifondatori di Nichi Vendola accusano quelli di Ferrero di essere in realtà d’accordo con i Comunisti italiani per difendere la loro identità, e ne ricevono in cambio l’accusa di essere già pronti a traslocare nelle file del Pd. Poi c’è il leader della Sinistra democratica Claudio Fava che grida dal palco del suo congresso: «Non entreremo mai nel Partito democratico». E poi ci sono i leader delle neonate correnti del Partito democratico, a cominciare da Red, quella di Massimo D’Alema che ripete in ogni comizio: «Non stiamo facendo una corrente, non vogliamo rompere le scatole a Walter». In realtà, anche il Partito democratico è colpito dalla balcanizzazione che attraversa la sinistra, al punto che qualcuno ha coniato perfino un aforisma: «Nel Pd ci sono due anime: quelli che vogliono continuare a perdere con Veltroni leader, e quelli che vogliono continuare a perdere senza Veltroni leader».

Insomma, così come l’urlo di Nanni Moretti a Piazza Navona fu l’inizio di un anno di guerra civile a sinistra, così l’eresia di Sabina Guzzanti a piazza Navona è diventato il punto di avvio di un terremoto di cui siamo in grado di registrare l’entità, ma non ancora gli effetti. Ieri l’Unità aveva un titolo che sembrava un paradosso e parlava di «una bella manifestazione rovinata da Grillo». Già, perché anche Beppe Grillo è adorato dal pubblico della sinistra, ma scatenatosi contro i dirigenti della sinistra, anche da Beppe Grillo si fa a gara a dissociarsi, lui chiama Veltroni Topo Gigio e Veltroni dice: «Abbiamo fatto bene a non scendere in piazza con lui». Sì, quello di Piazza Navona è stato un Big Bang, quello di una galassia che fino a ieri era tenuta insieme da una sola forza gravitazionale, l’antiberlusconismo. Adesso a furia di dissociazioni non è rimasto neanche quello.