«No, ci sono tante tv ognuno può farsi il palinsesto da sé»

Un’altra tv di frammenti e materiali differenti, commistione di alto e basso, di popolare e colto, è quella che Pierluigi Battista ha scelto per raccontare la storia del nostro Paese. Un’Altra storia che si dipana proprio attraverso la tv (La7, domenica in prima serata), recuperandola come nuova fonte per la narrazione storica oltre ai tradizionali «testi» (parole, immagini statiche). Ma da questa full immersion nello sterminato archivio della televisione italiana, di ieri e di oggi, il vicedirettore del Corriere della Sera è uscito con una convinzione controcorrente.
Battista, lei dice addirittura che la nostra tv è bellissima. Parla anche della tv di oggi o solo della tv come straordinario archivio della storia italiana?
«Parlo anche della tv che vediamo, perché per prima cosa bisogna cominciare a parlare di televisioni più che di televisione. Ognuno oggi può farsi il suo palinsesto scegliendo in una gamma vastissima di programmi, tra cui certo c’è l’immondizia, ci sono programmi dozzinali ma c’è anche la possibilità di una televisione diversa che riflette sulle cose».
Vuol dire che la tv è migliorata?
«Il modello della tv-focolare attorno a cui si riuniscono la sera papà mamma e i due figli - lo stereotipo di famiglia modello - non esiste. C’è un telespettatore che, soprattutto nelle giovani generazioni, ha formato le sue abitudini su internet più che sulla tv tradizionale, che sceglie cosa vuole vedere senza preoccuparsi se sia Italia 1 o Raitre o Raiuno. Anche in questo senso il canone Rai è obsoleto, perché presuppone l’esistenza di un “telespettatore Rai” che invece non esiste».
Quindi lei non sottoscriverebbe una moratoria sulla tv?
«Oggi vanno molto di moda le moratorie ma non condivido affatto una cosa di questo genere per la tv, capisco il carattere provocatorio dell’idea ma non penso a una strada di questo tipo. Certamente c’è una brutta tv, ma noi corriamo spesso il rischio di ampliare a dismisura il presente attribuendo importanza a cose che ne hanno molta meno. La stagione dei reality per esempio, che peraltro sono format internazionali e non specificamente italiani, sta già tramontando per lasciare il passo alla narrazione, alle fiction e alle serie tv come Doctor House o Grey's anatomy».
Lei sembra pensare anche che la tv italiana abbia migliorato gli italiani.
«Certamente la tv ha migliorato la società italiana. Non solo unificando il linguaggio ma anche accompagnando l’Italia in un processo difficile di passaggio da una società fatta di realtà provinciali e chiuse in se stesse a una società post industriale, un passaggio difficilissimo per un paese che ha dato il voto alle donne solo nel 1946. Non si deve commettere l’errore di rimpiangere il passato. Anche la tv di oggi, compresa la brutta tv, sarà una fonte per gli storici di domani, un documento per interpretare in nostro tempo».
Insomma non è vero che la tv ci ha «centrifugato», cioè che la realtà che viviamo è plasmata dall’immaginario televisivo?
«Non credo ci sia un rapporto di causa-effetto, le due cose vanno di pari passo e una accompagna l’altra. È naturale che la tv crei dei modelli e dei miti, ma questo effetto fa parte della televisione in se stessa non di quella di oggi soltanto. È semplicistico pensare alla nostra tv come a un “Grande fratello” che condiziona le coscienze e che inebetisce le persone».
Però c’è un effetto dirompente della tv sui modelli comportamentali, anche nella politica che è diventata show.
«Certamente, la politica ha cambiato profondamente il proprio linguaggio con la tv. Ma se guardiamo le prime tribune elettorali e le confrontiamo con i talk show politici di oggi vediamo che questo processo non può essere letto semplicemente come un peggioramento. La tv, a partire dalla fine degli anni ’50, ha fatto entrare la politica per la prima volta nelle case di una maggioranza di italiani che prima erano esclusi dal discorso politico, l’ha allargata alle masse. E nello stesso tempo ha costretto i politici a cambiare linguaggio, a farsi capire dalla gente comune».
Lei ad Altra storia su La 7 ha fatto vedere un meraviglioso documento di Scelba che nella prima tribuna elettorale in Rai nel ’60 si “scusa” col pubblico perché non ha un viso telegenico.
«È stato un passaggio storico che ha aperto le porte a una nuova stagione politica. Anche la politica show, gli onorevoli che vanno al Bagaglino a cantare, non si possono vedere in chiave moralistica, non si può pensare di tornare indietro».
Il cambiamento prodotto dalla tv riguarda anche i canoni di bellezza, le veline, i codici di seduzione tutti ricavati dai programmi tv.
«Ma è una trasformazione che coinvolge entrambi, la televisione e la società italiana. Basta pensare a Bellissima di Luchino Visconti dove Anna Magnani interpreta la madre che fa di tutto pur di far diventare sua figlia una diva del cinema. Ecco, stiamo parlando dell’Italia degli anni ’50 ma non è poi così diverso da ora».