Il no dei vescovi sui Dico

La Cei chiede un preciso impegno ai credenti eletti in parlamento. In forte imbarazzo i cattolici dell'Unione. Il Polo compatto con i vescovi

Roma - La Chiesa italiana mette nero su bianco la «parola impegnativa» per i politici cattolici, che hanno il «dovere morale» di votare contro la legalizzazione delle unioni di fatto. Il cristiano che sostenesse i Dico sarebbe «incoerente». È quanto si legge nella Nota del Consiglio permanente della Cei «a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto», il documento preannunciato alcune settimane fa dal cardinale Ruini, messo a punto dopo un giorno e mezzo di discussione vivace dal «parlamentino» dei vescovi presieduto dal suo successore, l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco.
I vescovi scrivono di sentirsi «responsabili di illuminare la coscienza dei credenti», ricordano che la Chiesa «da sempre» chiede che «il legislatore la promuova» e ribadiscono di non avere «interessi politici da affermare», se non il dovere di contribuire al bene comune. La famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna - si legge nella Nota - «è un valore per la crescita delle persone e della società intera», una «risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana». Solo «la famiglia aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni».

Sulla base di queste considerazioni, i vescovi ritengono «la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo». L’effetto, «quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta», sarebbe «inevitabilmente deleterio per la famiglia», perché «toglierebbe al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro».
Un problema ancora più grave - si legge nella Nota della Cei - «sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile». I vescovi aggiungono subito dopo che queste «riflessioni» non «pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona» e confermano a tutti il loro «rispetto» e la loro «sollecitudine pastorale». Ricordano però che «il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici». Dunque, consapevole che «ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele per la persona che convive», la Conferenza episcopale si dice favorevole che si persegua questo obiettivo «nell’ambito dei diritti individuali», come del resto aveva chiesto in più occasioni lo stesso cardinale Ruini.

La parte finale della Nota di tre pagine contiene la «parola impegnativa» che la Cei si sente «di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico». Viene citata la recente esortazione post-sinodale di Benedetto XVI Sacramentum caritatis, là dove il Papa parla di «grave responsabilità sociale» dei legislatori, «particolarmente interpellati» a sostenere leggi ispirate «ai valori fondanti nella natura umana». «Sarebbe quindi incoerente - si legge nel documento - quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto». Vengono poi riportati i passaggi di due diverse note dottrinali della Congregazione per la dottrina della fede (datate 2002 e 2003), all’epoca in cui Joseph Ratzinger ne era il Prefetto: nel caso di «un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge».

Nella seconda citazione si ricorda invece che il fedele cristiano non «può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società». Parole dell’ex Sant’Uffizio, approvate da Papa Wojtyla, firmate dall’allora cardinale Ratzinger. Riprodurle ora con riferimento ai Dico (il ddl del governo non è mai citato esplicitamente, dato che si parla genericamente di «disegni di legge», ma è evidente che di questo si tratta), rappresenta una critica diretta ai politici cattolici del centrosinistra che negli ultimi mesi hanno rivendicato proprio l’autonomia dal magistero anche in questo campo.
«Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata», affermano i vescovi, «ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica». «Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti - conclude la Nota - e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni».