No, è egocentro sociale

Allo Sgarbi provocatore consento molto, quasi tutto. L’andare controcorrente, la voluttà narcisistica di «épater les bourgeois», il disprezzo per le opinioni comuni, la rivendicazione d’un elitario ruolo intellettuale appartengono alla sua natura e alla sua personalità. Questo bastian contrario che alla popolarità è arrivato facendo del suo bastiancontrarismo un marchio di fabbrica è - in questa coerenza sfacciata - degno di ammirazione. «È del poeta il fin la meraviglia» recitava il cavalier Marino. La meraviglia è, nella versione sgarbiana, anche il fine d’un finissimo esperto d’arte e d’un talentuoso affabulatore: quale egli è per opinione concorde.
Se il provocatore sostiene che i graffiti dai quali vennero ornati i muri del centro sociale Leoncavallo possono essere paragonati alla cappella Sistina dissento vigorosamente, tra me e me, ma non mi scandalizzo. Così come non mi scandalizza il sofisma attraverso il quale Sgarbi - ricordando che Rimbaud creò capolavori pur essendo un drogato - legittima l’illegalità come fonte d’ispirazione, e in definitiva pone l’intera vicenda leoncavallina sotto il nobile e celebre mantello di genio e sregolatezza. Sgarbi ama stupire, e lo fa da asso della specialità. Che stupisca pure, dunque.
Ma c’è un problema. Vittorio Sgarbi riveste, come assessore alla cultura del Comune di Milano, un ruolo istituzionale. Ha delle responsabilità civiche e politiche sia nei confronti della maggioranza che governa la città sia nei confronti dei milanesi. So che Sgarbi, irrequieto, presenzialista, esibizionista se mai ce ne fu uno, sopporta male la costrizione degli incarichi ufficiali, già gli accadde quando fu cooptato nel governo Berlusconi. Non è colpa sua, intendiamoci, se in omaggio alla sua intelligenza lo chiamano a svolgere mansioni politico-burocratiche che non gli si addicono.
Ma avendole accettate deve anche subirne i condizionamenti, il Leoncavallo ha una sua identità molto precisa nella memoria e nel giudizio di quei cittadini che all’attuale maggioranza hanno dato il loro voto. L’identità non piace, il giudizio è risolutamente negativo, questo centro sociale è visto da tanti - credo dai più - non come una fucina d’iniziative culturali ma come un covo di disordine. È possibile che in questo atteggiamento di chi vuole la legge e l’ordine vi sia stata e vi sia dell’esagerazione, o una preclusione troppo rigida. Ma un assessore importante della giunta Moratti deve tener conto degli umori che la «base» esprime. Non perché sia obbligato ad assecondarli con pavloviana automaticità, ma perché, se li contraddice, deve fornire spiegazioni esaurienti: e non mi sembra che le sue lo siano. Analogo discorso vale per i graffiti. La mia competenza in materia sta a quella di Sgarbi come le conoscenze di un ripetente in matematica stanno a quelle d’un docente universitario della materia. Ma la materia - mi riferisco beninteso ai graffiti, non alla matematica - è opinabile. Un signore che non è, in fatto di gusto, l’ultimo venuto, tale Giorgio Armani, si è risolutamente pronunciato contro lo spontaneismo dei writers. Non escludo che vi siano dei graffiti artisticamente validi. Ma chi lo decide? In attesa d’un responso qualificato, la patente d’idoneità data nientemeno che dall’assessore alla cultura a queste scritte selvagge può incoraggiarle. E sono disposto a giurare che per il 99 per cento saranno porcherie imbrattatrici e solo per l’uno per cento, se va bene, opere degne d’un qualche rispetto, e di sopravvivenza.
A Sgarbi rimproverano d’essere individualista ed egocentrico. Lo è, ma non mi pare un difetto. La sua eccezionalità sta anche in questo. Quando parla per sé lo trovo sempre interessante, non di rado affascinante. Ma sull’assessore alla Cultura - glie lo dico con amicizia - ho qualche riserva.