No global di lotta e di governo

Arturo Gismondi

In politica, come altrove, il diavolo si nasconde spesso nei dettagli. La verità di un simile principio è apparsa evidente a proposito della contestata presenza di Bertinotti alla parata del 2 giugno in Via dei Fori, e gli eventi successivi hanno mostrato che la cosa non finisce qui. Eppure, deve averlo studiato bene, Fausto Bertinotti quel marchingegno della spilla iridata, segno distintivo dei pacifisti, appuntata sul risvolto della giacca per presenziare alla sfilata delle truppe il giorno della Festa della Repubblica.
La mossa, però, non ha convinto molto, e non ha convinto chi contava. Quello spillone multicolore sul completo scuro ha attirato gli obbiettivi, detti «cannoni», anche loro, dei fotografi. E assieme al distintivo noto ai tempi del fascismo come «la cimice», tutti hanno potuto notare il tono distaccato, la nessuna concessione all'entusiasmo, e all'applauso, ai quali si abbandonavano altri politici e la folla dei romani al passaggio dei bersaglieri e degli alpini.
Se in Via dei Fori ci si limitò a constatare una piccola forberia, la presenza del Bertinotti in quelle condizioni, la cosa andò peggio fra il popolo «de sinistra» che la sfilata non la voleva, e che in segno di protesta aveva organizzato una contro-manifestazione pacifista attorno al Castel Sant'Angelo, appena al di là del Tevere.
Già nelle stesse ore delle due parate, quella militare e quella iridata, il «popolo della pace» ha dato prova di scetticismo e peggio per la trovata bertinottiana. Ne hanno fatto fede le interviste alla Tv, e finite sui giornali, nelle quali la polemica e l'ironia hanno da allora colpito, senza ritegno, Fausto Bertinotti
Anzitutto, c'è stato chi ha messo in dubbio il suo obbligo di presenziare alla sfilata. Un cronista ha riportato un giudizio feroce: e che, se non ci andava mandavano a prenderlo a casa? In effetti, si può sottilizzare: obbligo di rappresentanza, oppure opportunità dettata dall'etichetta, dalla consuetudine? E se un comunista, un pacifista assurto a tanta gloria è tenuto a rispettare certe etichette che abbiamo combattuto a fare?
E il peggio, per Bertinotti, fu che il popolo-contro che si accalcava sul Ponte Sant'Angelo non era poi il popolo delle borgate, come si diceva una volta, ma un popolo misto nel quale spiccavano anche politici eletti in Parlamento, i Diliberto, i Caruso, e perfino altri, come Paolo Cento detto ’er Piotta, o Pecoraro Scanio, addirittura nominati ministri, che avevano appena giurato nelle mani del Capo dello Stato e, smesso l'abito scuro avevano indossato la maglietta a giro collo messa da parte per le esibizioni in piazza.
E costoro, unanimi, profittarono subito, e nei giorni successivi, della occasione per piazzare qualche colpo basso al Presidente della Camera, che non doveva andare alla sfilata, doveva essere lì col popolo della pace e «de sinistra». Il più prudente, e riservato, fu il Caruso che essendo stato eletto deputato da Bertinotti si limitò a dire, sulla presenza del leader il Via dei Fori: «Non so, so che io ero altrove».
A difendere Bertinotti sono stati, in questi giorni, coloro che non potevano farne a meno: anzitutto il successore alla segreteria del partito, l'on. Giordano il quale ha potuto però solo risfoderare l'argomento degli obblighi istituzionali. Si è aggiunto il direttore di Liberazione Sansonetti, che alla Tv ha definito abbastanza futile la disputa. Un po' più di calore ce l'ha messa l'on. Migliore che forse in grazia del nome impegnativo è ritenuto nel Prc, il vero delfino di Bertinotti.
Basta parlare un po' con osservatori e politici della sinistra alternativa, però, per scoprire che l'episodio del 2 giugno e dello spillone non è destinato a finire qui. In verità, la sfida di Bertinotti in questa fase politica non è da poco. Il leader del Prc intende fare del suo un partito di governo al quale viene assegnato il compito di inserire il «movimento», no global, disubbidienti e frange extraparlamentari varie nel cuore della politica attiva. Assumendo per sé la carica di Presidente della Camera, Bertinotti intende dare sanzione istituzionale a un mutamento politico che comporta lo spostamento a sinistra di tutti gli equilibri politici.
Ai problemi propri della sua sfida, Bertinotti deve aggiungere la concorrenza dei comunisti ortodossi alla Diliberto, e dei Verdi. Le elezioni politiche del 9 aprile hanno segnato un successo di Rifondazione, ma hanno visto anche aumentare i voti del Pcdi. Peggio è successo, qua a là, nelle elezioni amministrative ove il Prc ha segnato il passo, mentre sono aumentati i voti del partito di Diliberto. Insomma, la sfida di Bertinotti fra governo, istituzioni e movimenti è difficile, e lo scettro delle posizioni estreme rischia di passare nelle mani di Diliberto.
a.gismondi@tin.it