No Gravity, la magia del volo Il trucco c’è ma non si vede

Un’idea nata da Emiliano Pellisari che ha ricreato i «giochi» ottici del Rinascimento

Chissà se ci avranno pensato, i tenaci sognatori di No Gravity. Chissà se avranno sfogliato qualche almanacco e poi, puntando il dito sul calendario, hanno deciso in questi giorni di dicembre - da oggi al 18, sul palcoscenico del Teatro Nazionale - la messa in scena in prima mondiale della loro spettacolare sfida. È infatti indubbiamente suggestivo che proprio il 17 dicembre di 102 anni fa i fratelli Wilbur e Orville Wright toccarono il cielo con una mano grazie a un insicuro ma storico velivolo con motore a scoppio.
Era il primo volo dell'Uomo, una conquista che beffava la natura e i suoi vincoli grazie a una «protesi» tecnologica. Gli incredibili protagonisti di No Gravity fanno di più: sarà pure un sogno, sarà pure una magia le cui formule segrete vengono scandite dietro le quinte, ma sul palcoscenico del Nazionale l'Uomo volerà. Da solo. Semplicemente staccando i propri piedi dal suolo, occupando la sua nuova dimensione nell'aria, in una riconversione verticale delle proprie aspirazioni. In un’armonia e naturalezza di movimenti che nulla hanno a che fare con le goffe evoluzioni di chi si appende a un filo e si agita come un pupo siciliano.
I quattro protagonisti dello show - il coreografo Brian Sanders, Barbara Cardinetti, Guendalina Agliardi e Giuseppe Verzicco - promettono di lasciare il pubblico con la bocca aperta.
L'idea nasce nella testa di Emiliano Pellisari, autore e regista teatrale ossessionato da un sogno che ha trasformato in missione pratica: ridare vita a quel teatro fantastico rinascimentale e seicentesco che si avvaleva di invenzioni meccaniche e trucchi ottici. Questo spettacolo «sospeso» è la migliore risposta agli scettici che diffidano delle capacità del teatro di sfoggiare effetti speciali, convinti che questi possano esistere solo sul grande schermo. E invece - questa la risposta di No Gravity - Hollywood può essere qui, ora, a pochi metri dalla propria poltrona. «Questo show - spiega raggiante il direttore artistico Paolo Scotti - apre un percorso, è il simbolo del nuovo corso di Officine Smeraldo. Raggiunge il palcoscenico grazie al caso, e alla tenacia di una stagista che, per settimane, mi ha chiesto di vedere un dvd nel quale vi erano assaggi di uno strano show. Mi è bastata un'occhiata per restare letteralmente sorpreso: la gente volava, sul serio. Il progetto è partito in un'atmosfera contagiosa: tutti coloro che vi sono coinvolti lo fanno innanzitutto per entusiasmo». I vari quadri dello spettacolo sono legati da un comune denominatore: i riti umani del quotidiano (andare in bagno o al lavoro, fare l'amore, studiare danza alle parallele) vengono trasformati in volo.
A dare un volto estetico e una storia a No Gravity, un pool di creatori raccolti sotto lo pseudonimo di Raul Santiago (le cui risposte a qualsiasi quesito si possono evocare all'indirizzo e mail santiago@hotmail.com) e il coreografo Brian Sanders, già collaboratore di Moses Pendleton nel progetto Momix. È proprio Sanders a raccontare come «lo scopo di No Gravity nasce dall’idea di sconfiggere la gravità. Questa conquista porta emozione, in una storia che scorre come in uno storyboard, attraverso quadri che sono vignette in carne e ossa. Si tratta di variazioni sul tema della conquista del volo. Ho voluto usare l'intuizione di Pellisari non per stupire e basta, ma come mezzo per fare teatro e creare arte». L'ultima battuta spetta al creatore: «Ovviamente, l'uomo non vola sul serio - spiega Emiliano Pellisari - altrimenti avremmo già venduto il sistema alla Nasa. Ciò che mi rende orgoglioso è che questa strabiliante magia è tutta italiana, concepita e realizzata da italiani. Un ritorno a una tradizione antichissima del nostro teatro».

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