No alla grazia, il futuro di Vallanzasca è l’ergastolo

La madre colpita da ictus. Il prefetto Serra: &quot;Perdonarlo? Ha ucciso i miei uomini&quot;. La compagna: &quot;<strong><a href="/a.pic1?ID=207581" target="_blank">Vogliono che anche lui muoia</a></strong>&quot;. I parenti delle vittime: &quot;<strong><a href="/a.pic1?ID=207582" target="_blank">Niente sconti</a></strong>&quot;

Milano - «Ho diritto a una risposta», aveva detto in un’intervista alla Stampa non più tardi di domenica. E la risposta è arrivata: un no che lascia tutto come prima. Continuerà a scontare i quattro ergastoli accumulati in una carriera criminale unica. Renato Vallanzasca è un simbolo del male, ben oltre i confini delle pur numerose imprese di sangue firmate insieme ai complici della banda della Comasina, e un simbolo non può essere perdonato. Cinquantasette anni anagrafici e trentasette di carcere: questo il curriculum del bandito a testimoniare che anche in Italia può esistere la certezza della pena.

Il guardasigilli Clemente Mastella aveva dato parere negativo al provvedimento di clemenza, il presidente Giorgio Napolitano ha detto no, il giudice di sorveglianza ha informato il detenuto: il bel Renè - come viene chiamato con un soprannome che ormai è il fossile di un’altra epoca - resterà chiuso nel penitenziario di Opera. Marie, l’anziana madre, appena ha saputo la notizia, è stata male: ha avuto un ictus ed è finita in ospedale. «Ho sbagliato quando Renato era bambino, avrei dovuto tenerlo con me - aveva raccontato con le lacrime agli occhi al Giornale qualche tempo fa - invece io e mio marito avevamo un negozio, una maglieria in via Porpora e lo mandammo dalla zia al Giambellino. Lì cominciò il disastro».

Quel disastro è l’album della Milano nera: le pistole, i corpi coperti da lenzuola candide, i processi che hanno fatto epoca, le donne sedotte, le evasioni spavalde. Resta, se le parole hanno una vocazione nobile, l’espiazione. E la delusione di quei pochi che gli vogliono bene e ci speravano: «Il no alla grazia - spiega l’avvocato Alessandro Bonalume - è una scelta che non ha premiato il cammino di una persona: dal Vallanzasca bandito al Vallanzasca che scrive libri, che collabora con una rivista carceraria e che ha cambiato la sua vita in positivo».

Ricami su una decisione scontata. L’anno scorso, Vallanzasca aveva avuto per la prima volta il permesso di uscire, scortatissimo, dalla cella e di raggiungere per uno spicciolo di ore la casa della fidanzata Antonella a Musocco, periferia milanese. Quei permessi sono e saranno le tappe, intermittenti, del suo percorso verso un’altra vita. Altre strade non ce ne sono.

Anche Achille Serra, il superpoliziotto che gli diede la caccia in anni ormai lontani e che aveva mostrato qualche crepa nella linea della fermezza, ora chiude la porta di un possibile dialogo: «Ogni volta che mi si parla della grazia a Vallanzasca mi vengono in mente i miei uomini caduti, ma anche i cittadini uccisi, i sequestri e le rapine compiute». Non ci può essere futuro per chi ha un passato incorniciato dentro una fedina penale chilometrica. Anche se ora quel futuro non fa più paura a nessuno: «Un Vallanzasca evaso - conclude Serra - durerebbe dieci minuti. Troverebbe un mondo che non gli appartiene più. E alla Comasina nessuno lo vorrebbe, sarebbe un peso per tutti. Insomma, credo che alla fine sarebbe lui stesso a rientrare in carcere».