No grazie, il lavoro è troppo lontano

Spesso non è il lavoro a mancare ma la voglia. La voglia può essere quella di cambiare, di adattarsi, di rimettersi in gioco e, a quanto pare manca persino la voglia più semplice, quella di spostarsi un po’. Il Sole 24 ore in un articolo di ieri ha rivelato una realtà che fa riflettere, raccontando la storia del giovane Salvatore che, insieme ad altre centinaia di disoccupati, ha rifiutato un impiego propostogli da un’agenzia di collocamento privata perché non se la sentiva di trasferirsi a Bologna. I dati forniti dall’agenzia sono sconfortanti: metà delle offerte di lavoro rimaste inevase nonostante la crisi. La risposta più frequente è che a fronte di un contratto a tempo determinato tanto vale aspettare: l’incomodo di spostarsi, magari di pochi chilometri, all’interno della stessa regione, è vissuto da molti come un ostacolo insormontabile, e poco importa che le prospettive di futura stabilizzazione a fronte di un inizio precario siano più che probabili. O sotto casa o niente.
C’è poco da stare allegri: è la fotografia di un Paese seduto, dove l’accresciuto benessere ha messo a cuccia gli «spiriti animali», il desiderio di successo, la voglia di fare. Un Paese che non ha più «fame» nel senso buono del termine.
Tutto ciò è molto pericoloso perché impedisce di intervenire strutturalmente dove veramente ci sarebbe bisogno di aiutare chi sta passando un brutto periodo. L’Italia rischia di trovarsi in una situazione simile a un paziente che soffre di narcolessia, magari appare un dolore improvviso che andrebbe curato con sedativi ma la sonnolenza generale lo impedisce. Non era di molto tempo fa un altro caso che era apparso all’evidenza delle cronache: la Ciam, un’azienda di trasporti siciliana, non riusciva a trovare autisti perché i potenziali lavoratori pretendevano di lavorare esclusivamente in nero, per non perdere i pochi euro della cassa integrazione. Appare evidente in uno scenario di questo tipo come possa essere dannosa la previsione (quand’anche ci fossero i denari – e non ci sono) di un sussidio di disoccupazione generalizzato. Si rischierebbe di dare il sonnifero ad un Paese che invece necessiterebbe di una frustata.
Il sussidio di disoccupazione è perfetto per una cultura anglosassone, dove vi è una fortissima mobilità del lavoro, dove per le imprese è molto agevole assumere e licenziare, dove il senso del dovere è caratteristica radicata nella società. In Italia, spiace dirlo, ma la condotta prevalente tende a essere quella di abusare del denaro pubblico (a tutti i livelli) e quindi un reddito «gratis» abbasserebbe ancora di più l’incentivo a spostarsi e fornirebbe un’ulteriore spinta alla piaga del lavoro nero, dato che un lavoro «ufficiale» comporterebbe l’abbandono del sussidio, mentre un impiego non dichiarato permette di cumulare i due introiti.
Del resto non sono lontani nel tempo nemmeno i ricordi di situazioni poco onorevoli di abuso dei sussidi offerti da altre nazioni, con conseguente giro di vite del Paese ospitante.
Non è detto però che dobbiamo rassegnarci, per lassismo o malcostume diffuso, a non fare nulla per coloro che effettivamente si trovano in condizione di momentanea difficoltà: la soluzione è purtroppo scomoda ed è legata all’inversione dell’onere della prova. Gli aiuti dovrebbero essere erogati a chi riesce a dimostrare di aver perso il lavoro per cause non preventivabili e che si mostri volenteroso nel volerne trovare un altro. Lo spirito è quello della «social card»: il dettaglio delle informazioni da fornire (includendo i parametri legati alla ricchezza personale e al possesso di immobili e altri beni) allontana i non sufficientemente titolati, restringendo di molto la platea dei possibili beneficiari e rendendola di fatto controllabile. A questi «veri bisognosi» possono essere poi indirizzati sia gli aiuti che le offerte di lavoro: in caso di rifiuto decadrebbe anche l’aiuto.
L’unica cosa che in Italia non è mai funzionata è l’aiuto a pioggia: già adesso non si va a raccogliere la mela lontana, con certe ricette demagogiche si rischia di ritrovarsi seduti sotto l’albero, con la bocca aperta, ad aspettare che la mela cada proprio lì.

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