No, le imprese straniere sono benvenute

Quei cartelli sventolati dagli operai britannici, inneggianti al lavoro «per gli inglesi», in contrapposizione agli italiani, sono la spia preoccupante di un’involuzione che sta cogliendo in modo inaspettatamente violento l’economia d’oltremanica, forse più esposta di altri agli effetti di una crisi finanziaria come l’attuale. Di certo le parole di Gordon Brown, che si è dimostrato comprensivo nei confronti dei manifestanti, forse memore dei suoi slogan elettorali pro «lavoro agli inglesi in Inghilterra», non vanno nella direzione giusta.
Certo, si dirà, che in Italia la Lega è da sempre portatrice di istanze simili, ma in realtà le differenze sono molto profonde. Innanzitutto ben pochi piccoli imprenditori del nord (cuore dell’elettorato leghista) si sognerebbero di svegliarsi domani con la possibilità di assumere solo lavoratori italiani e poi non va dimenticato che in Inghilterra si protesta soprattutto per il fatto che un appalto sia stato vinto da un’impresa italiana piuttosto che da una britannica, la nazionalità dei lavoratori viene dopo. Va ricordato che le proteste della Lega si rivolgono spesso a problemi gravi, più legati alla criminalità che al lavoro e ad alcune discriminazioni al contrario, che vedono i non italiani addirittura avvantaggiati per ottenere alloggi e servizi. Non risulta che vi siano mai state alzate di scudi per impedire a imprese straniere di operare sul nostro territorio.
Cerchiamo se possibile di essere concreti senza farci prendere dalle facili emozioni: il lavoro è uno dei fattori produttivi base, il progresso e il benessere, che ha premiato il mondo occidentale dal dopoguerra a oggi, è stato possibile proprio grazie a una sempre maggiore fluidità delle risorse. La possibilità di accedere a mano d’opera e competenze esterne ai confini locali ha consentito alle imprese di reggere la concorrenza e continuare a prosperare, producendo quella ricchezza che, riverberandosi all’esterno delle mura della fabbrica, ci ha regalato l’attuale eccellente tenore di vita.
La domanda a cui il protezionista intransigente non potrà mai rispondere è questa: «Se la permeabilità di lavoro e capitali è un danno, come mai i Paesi che hanno sperimentato più apertura e flessibilità sono proprio quelli in cui è maggiormente aumentata la ricchezza?». In Corea del Nord lavorano solo i coreani, ma i risultati non sono certo da portare a modello. Se si cede alla tentazione di alzare un muro verso l’esterno credendo di proteggere i propri cittadini è la fine. Si badi bene, chi rischia di più rispetto a questo scenario è proprio la Gran Bretagna: buona parte della prosperità inglese è stata proprio dovuta al clima amichevole in cui le imprese di tutto il mondo si sono sempre trovate ad operare nel Regno Unito. In Italia le attività delle imprese straniere sono purtroppo sempre state poca cosa, spaventate da concorsi bizantini, dallo spauracchio di infinite contese legali e da una tassazione generalmente punitiva. Se ogni Paese europeo dovesse chiudere le frontiere alle imprese non nazionali noi andremmo molto meglio degli altri, ma ci sarebbe ben poco da rallegrarsi, il salto all’indietro di un secolo non è uno sport consigliabile.
La risposta giusta che l’italia dovrebbe dare a queste situazioni di difficoltà di alcuni stati è molto semplice: dare il buon esempio. Mettendo a frutto la stabilità che stiamo dimostrando rispetto ai tanti palloncini che si sono gonfiati troppo in fretta, dovremmo per una volta fare una buona pubblicità di noi stessi, semplificare le regole, abbassare le tasse, migliorare le infrastrutture e spalancare le nostre porte alle imprese estere, magari ricordando che i partiti comunisti che tanto facevano paura non soltanto non sono più al governo, ma nemmeno in parlamento. Se gli inglesi, nel rispetto delle regole, vogliono venire a lavorare qui ci fa solo piacere: non abbiamo mai mandato via un lavoratore onesto, i clandestini e i criminali sono un’altra storia.
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