No al marchio d’infamia

La questione non è se i massoni abbiano o no diritto alla riservatezza, la questione è che ne dovrebbero godere tutti i privati cittadini. Proviamo a fare un esempio in contrasto con quello della massoneria, ovvero il mondo dei cattolici praticanti. E supponiamo che un quotidiano di provincia decida (non vorrei dare un’idea) di pubblicare l’elenco di chi la domenica si confessa e si comunica in duomo: nomi, cognomi, professioni. L’essere credente e praticante non è di certo un’infamia, anzi di norma viene percepito come una qualità. Eppure c’è da giurare che chi si vedesse pubblicato in quell’elenco si risentirebbe assai. E avrebbe ragione. Perché ognuno ha diritto di vivere la propria vita sociale nella discrezione del proprio gruppo di appartenenza; senza venire esibito in elenchi che, per il semplice fatto di venire esibiti, comportano una ghettizzazione, la riduzione al rango di individuo «dedito a». Inutile dunque sostenere che la massoneria non è più segreta e che è lecito pubblicare l’elenco dei massoni. Sarà anche lecito, ma è un atto volgare e consciamente aggressivo da parte di chi lo compie.

Tanto più nel caso del Corriere di Livorno, che ha estrapolato i nomi degli iscritti alle varie logge da un’inchiesta giudiziaria. Da notare che le liste erano state acquisite agli atti per verificare eventuali intrecci affaristici, ancora da provare. Si è trattato dunque di un gesto del tutto gratuito, una ricerca dello scoop a ogni costo, che si è fatto beffe del costo per chi l’ha subito. Un pasticciere massone non fa dolci meno buoni perché porta anche un altro grembiule, ma può perdere clienti che hanno in uggia le logge.

Effetti pratici a parte, bisogna mettere un freno alla tendenza dilagante di esporre in piazza i fatti di chiunque. Se è inevitabile che chi ha un ruolo pubblico finisca sotto il mirino dei media, chi quel ruolo non ce l’ha dovrebbe essere lasciato in pace a svolgere le attività – lecite – che più gli aggradano. Senza venire bollato per quanto guadagna, per chi frequenta, per come passa il tempo libero, per le associazioni a cui partecipa. Già viviamo in un’epoca supervigilata come neanche durante dittature: telecamere per la sicurezza, verifiche di ogni tipo contro l’evasione fiscale, controlli su controlli giustificati dalla necessità che i comportamenti privati non provochino danni pubblici.

Ci mancava solo che i giornali cominciassero a rendere noti i nomi di chi si associa a questo e a quello. Oggi i massoni, domani i cacciatori, dopodomani, appunto, chi fa la comunione. L’effetto è devastante, e non tanto per la privacy: è che, così facendo, l’individuo cessa di essere un individuo – con la sua preziosa, irrinunciabile unicità – e diventa un nome in una lista. E sulle liste c’è quasi sempre un bollo, o un marchio, d’infamia.
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