«No, quel progetto è un’astrattezza che non funziona»

Adesso il grande progetto di Renzo Piano per il porto di Genova si rivela per quello che era: una lezione di onnipotenza, una lezione-show alla città e ai genovesi che contano che ha il sapore stantio del «ti faccio vedere io come sono bravo». Il progetto Piano è un’astrattezza che non tiene conto del porto in sé e delle relazioni che comporta (ha ragione il presidente Bisagno) quando un architetto, cosa che sanno anche i fagioli universitari, da sempre sente e rispetta le necessità del luogo, delle persone che lo abitano e là producono, le potenzialità economiche e interviene per dare qualità estetica (bellezza) a insediamenti nuovi per migliorare le condizioni economiche dell’area in questione. L’architettura alla Aldo Rossi è una questione culturale, ma sono Botta e Fuksas, per far due nomi di modi differenti, che indicano come legare funzionalità a bellezza per essere nuovi e classici. Renzo Piano si è vendicato di una città che lo snobba, indicando una sistemazione che lui ben sa, non è uno sprovveduto, improbabile. Non una scommessa artistica, uno sfogo retorico. (Auto da fé. Difesi la «bolla» di Piano perché la pensavo meglio collocata, più trasgressiva di quanto non è. La pensavo al largo, sul mare lontana, cangiante di luci e non a ridosso dell’acquario a creare ammasso, confusione. Sbagliai e rendo il merito dovuto a tutti coloro che, con consapevolezza e non per partito preso, avevano veduto meglio). Ben risponde il presidente degli industriali, nell’intervista resa a Il Giornale di Genova, dicendo che adesso è ora di fare le cose serie, perché i «cluster» ci sono già e se non ci si muove velocemente e con decisionalità forte, perdiamo anche il momento del raddoppio di Suez e quindi perdiamo competitività e quindi ricchezza e quindi occupazione. Bisogna essere realisti e non bisogna mettere un museo là dove necessita una fabbrica, fermo restando che entrambi devono essere belli, fatti con tecnologie avanzate, dentro una concezione non obbligatoriamente polifunzionale, ma secondo i modi che si presentano. Esempio i nuovi stadi di Toronto e di Monaco che sono politematici. Esempio i porti nuovi di Anversa e di Shangai che sono monodirezionali. Ma il problema del presidente Bisagno non è Piano, è il Vte e i suggerimenti strategici al presidente dell’autorità portuale: il Vte deve stare là, con il sesto molo. E i nuovi ettari nei prossimi dieci anni vanno trovati a monte, non a mare. Quale dunque la soluzione? Sì al Vte, non benissimo il presidente Novi, ma non ce n’è altro. No a Piano, ma discutiamo e si potrà vedere; sì al Vte ma possiamo discutere; bravo Batini ma c’è la pensione vicina e nessun altro all’orizzonte, dimenticando di dire quello che fece il presidente Magnani per togliere il monopolio alla Compagnia Unica. Continuando il piccolo cabotaggio linguistico-operativo. Pensate alla bretella, alla gronda, alle infrastrutture di comunicazione! Speriamo che gli industriali siano oggi più intelligenti di ieri e che capiscano che è possibile avere nuovi spazi per il porto, nuove aperture di potenzialità concorrenziale, senza far ritornare Genova città ingrigita con caratteristiche che vanno bene per cantautori post-romantici venuti da terre di campagne, ma non per coloro che amano Genova bella e fascinosa, una città di arte di cultura di operatività che accolga i turisti «che fanno cassa» se le tavole sono ben imbandite, se sono pulite belle e appetitose. E l’appetito vien mangiando, e se occorre, si forza con ricostituenti che il mercato offre abbondanti e poco costosi. Se il medico è uno bravo e non uno stregone.

docente di Estetica

Università di Genova

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