«No a quel torneo, è razzista» Serena perde 3 milioni di dollari

Richard Williams ha sempre avuto un problema e il fatto di aver vissuto per anni a Compton, un sobborgo di Los Angeles dove le pallottole si mischiano alle auto che passano per strada, è un fatto secondario: lui di Compton è orgoglioso. Il problema di Richard Williams è un altro: lui odia. Ed è sempre stato così, fin da quando sposò Oracene e decise con le tre figlie di lei di stabilirsi in California: cercava un futuro migliore, cercava soprattutto rivincita. Sarà per questo che, nate le figlie Venus e Serena, decise che il loro destino era quello di rovinare il gioco degli Altri, lo sport preferito dei bianchi: il tennis. Certo, sul campo pubblico in cemento vicino a casa ogni tanto c’era da buttarsi per terra per schivare la pistolettata vagante, ma «tra qualche anno vedrete...».
E infatti. Oggi di Venus e Serena Williams si sa ormai tutto: che la prima era la predestinata di papà a sfondare nel tennis a soli 14 anni, e che «questo è ancora niente» perché poi sarebbe arrivata Serena. Serena arriva, comincia vincendo gli UsOpen nel 1999 a 18 anni, e adesso che ne ha quasi 10 di più è ancora numero uno al mondo e conta 10 titoli del Grande Slam, l’ultimo un mese e mezzo fa in Australia. Poi c’è appunto Venus, 7 titoli dello Slam e sei finali giocate con la sorella (di cui cinque perse), nel dominio familiare più imbarazzante che la storia dello sport ricordi. Insomma, la Vendetta.
Ma Richard non si accontenta, non può nascondere il suo rancore, anzi: «Il tennis - dice in un’intervista - è uno sport pieno di pregiudizi nel quale i bianchi odiano i neri. Ebbene: anch’io sono pieno di pregiudizi, odio i bianchi. E non è un segreto per nessuno». E così capita nel 2001 a Indian Wells che in semifinale le sorelle s’incrocino, ma che Venus si ritiri per un problema al ginocchio, facendo scatenare il pregiudizio. Nel mondo del tennis si narra infatti che sia papà Richard a decidere l’esito dei match tra le figlie e allora, quella volta, in finale Serena si trova davanti alla più clamorosa contestazione avvenuta nel circuito: «Ero seduto in tribuna - raccontò Richard - e cominciarono i “buu” razzisti contro mia figlia. Poi dei bianchi hanno insultato me gridando “vattene, sporco negro” e addirittura uno spettatore mi ha aggredito dicendo che mi avrebbe spellato vivo. Dall’assassinio di Martin Luther King non avevo visto nulla di simile». Esagerato? Un po’.
Ma il signor Williams è così, si aggira per gli Stati di tutto il mondo armato di superobbiettivo fotografico, sedendosi negli angoli per scrivere poesie. Leggendole sul suo sito si direbbe che forse qualcosa è cambiato, anche adesso che Oracene è diventata un’ex moglie e che la figliastra Yetunde alla fine si è trovata sulla traiettoria di una di quelle pallottole di Compton, e non è stata colpa di un bianco. Ma otto anni dopo a Indian Wells Serena e Venus ancora non ci sono, perché da allora la famiglia Williams ha deciso che quel luogo della California sarebbe sparito dalle loro mappe. Per sempre e per principio. Costoso però, adesso che la Wta - l’ente che organizza il circuito femminile del tennis - ha cambiato le regole per garantire lo spettacolo: le Top 10 devono infatti partecipare a tutti i 4 tornei più importanti e Indian Wells è uno di questi. E Serena è la numero uno. Così ecco che non andarci presenta un conto salato, di più: 3 milioni di dollari, tra multe, mancati premi e penali allo sponsor. Tre milioni di dollari per un principio.
Certo, per carità: Serena forse se lo può permettere, ma di sicuro nella vita una cifra così può fare la differenza. Non per Richard Williams però, l’ex abitante del ghetto che ha sfondato nella casa degli Altri, là dove non era il benvenuto. E soprattutto ha completato la sua vendetta: ha dato un prezzo al suo odio.