No al razzismo ma l’allarme c’è

I cartelli xenofobi apparsi a Brembate sono sbagliati. E l’ecatombe
provocata da un altro maghrebino a Lamezia non giustifica giustizia
sommaria. Però sui crimini degli immigrati non bisogna tacere

A quanto pare, il vero problema non è più ritrovare Yara, ma decidere se a Brembate sono razzisti. Basta che un esibizionista passi davanti a una telecamera con un cartello farneticante, l’ormai tristemente noto «occhio per occhio, dente per dente», e finalmente il dibattito nazionale sa di cosa occuparsi con passione e indignazione. Eccolo là, riaffiorante tra le villette a schiera e il facile benessere, il becero razzismo dell’Italia peggiore.

Diciamolo: è fatica, di fronte allo strazio per una figlia così piccola e così innocente che tutti sappiamo scomparsa nell’eternità, doverci di nuovo dedicare a questo inconcludente tema da talk-show. Ma c’è gente, anche molto qualificata, che aspetta una qualunque scintilla per urlare subito all’incendio. Siamo pur sempre quelli che definiscono razzista o violento uno stadio di cinquantamila persone, solo perché trecento idioti fanno buuuu a Balotelli o fanno a coltellate nei parcheggi. Non c’è scampo: un esaltato sfila con il suo cartello fetente e prontamente scattano gli avvisi di garanzia. Tutti convocati in seduta di autocoscienza, tutti con le spalle al muro, tutti chiamati a dare valide giustificazioni. Davvero umiliante destino, per i brembatesi che piangono Yara: sono sul banco degli imputati, sotto torchio da due giorni, nemmeno un buon avvocato d’ufficio per difendersi dalle accuse. E non sembrano servire a molto, di fronte agli accigliati inquisitori, le parole saggissime del sindaco, che invita tutti alla calma e prende lunghe distanze dagli sfoghi ultrà. Se vogliamo dirla tutta, quel sindaco sembra un po’ fuori registro: nel processone generale starebbe a meraviglia un bel sindaco scamiciato e truculento, pronto a urlare sulla pubblica piazza le minacce più grevi, via dalle nostre case gli odiosi marocchini.

Certo, non una domenica memorabile, per le pubbliche relazioni del Marocco. In Calabria un ragazzino drogato e recidivo, alla guida di una lussuosissima Mercedes (ma che carriera ha fatto, questo giovane immigrato?), fa strage di ciclisti sul lungomare. Nelle stesse ore, un suo connazionale viene prelevato sul traghetto mentre cerca di raggiungere il paese suo, perché gli inquirenti sospettano sia l’assassino di Yara (parentesi: al momento è un innocente, lo dico soprattutto al poeta dell’«occhio per occhio, dente per dente»).
Come coincidenza di fatti, è molto sinistra. Inevitabile, umano, comprensibile che a tutti quanti sfugga dal fodero qualche cattivo pensiero, del tipo «però, questi marocchini». Ma è chiaro che bisogna fermarsi lì. Il seguito, i cartelli deliranti, la proclamazione della «jihad» alla rovescia, la caccia all’uomo, tutto questo è un armamentario che non appartiene alla comunità normale. La stupidità di qualcuno non può essere confusa con la rabbia, il dolore, l’indignazione di fronte alla pesantezza di certi crimini. Chiunque sia l’assassino di Yara, quando lo conosceremo sarà ugualmente odioso. Non credo che il coinvolgimento di persone italiane, peraltro già ipotizzato, porterà a uno sconto nella reazione di Brembate. Così come la rabbia di Lamezia non sarebbe più lieve se il conducente della maledetta Mercedes fosse un italiano. Questo è certo.

Resta, però, il problema. È vero che il solo definire l’immigrazione «problema» attira la matematica patente di razzismo. Noi abbiamo una formidabile dimestichezza con l’uso delle parole. Molto meno con la sostanza delle cose. Eppure, a trent’anni dai primi sbarchi su Lampedusa, l’immigrazione resta innegabilmente «problema». Nessuna buona parola o buona maniera riuscirà a nasconderlo. Abbiamo accettato questa immigrazione sgangherata, facilona e spesso molto disumana nel nome di una nostra presunta superiorità umanitaria. I risultati non sono esaltanti. Già di per sé l’integrazione non è mai facile: né per noi, né per loro che arrivano. Incomprensioni, diffidenze, persino qualche reciproco pregiudizio vanno messi in conto. Ma non è con questo gioco a chi è più o meno razzista che si supera di slancio l’ostacolo. Non è negando il problema che ci si integra. Per la cronaca: razzismo non è dire che lui è diverso, è pensare che lui sia inferiore.

Restando invece al fenomeno, parlano i numeri: il tasso di criminalità è correlato agli arrivi. Per dieci che sbarcano in cerca di fortuna, accettando il nostro habitat e le nostre regole, dimostrando spesso d’essere migliori di noi, ce n’è almeno uno che arriva per fare altro. È a questo che si rivolgono i risentimenti degli indigeni italiani. Ma si parla del reato, non dell’etnia.

Casualmente, a Brembate e dintorni vive da tanti anni, da almeno due generazioni, un’infinità di stranieri. Fino al rapimento di Yara, però, non era mai comparso un cartello «occhio per occhio, dente per dente». Da quelle parti, vige un manuale di convivenza basato sull’articolo uno: fai il tuo dovere, stai al tuo posto, nessuno ti disturberà. È gente fatta così. Quando i nuovi arrivati si danno alle rapine, allo spaccio, agli stupri e alle stragi di ciclisti, non le riesce facile la tolleranza. Già fatica a sopportare tutto questo dai farabutti suoi. Sopportarlo da un ospite diventa impossibile.