No: sono imbrattatori, non artisti

(...) non tutto quanto è stato costruito a Milano nell’ultimo mezzo secolo brilli per originalità, possiamo anche essere d’accordo, ma non è accettabile che la stravagante passione di un assessore stravolga l’aspetto di mezza città, in aperta contraddizione con il programma elettorale dello schieramento cui, che gli piaccia o non gli piaccia, appartiene. Prima di dare tanti muri in pasto ai writer perché, secondo Sgarbi, li abbelliscano, bisognerebbe dare risposta a una serie di domande.
Primo, i milanesi in generale, e quelli i cui muri sono chiamati in questione, sono d’accordo? Ne dubitiamo molto, e non ci vorrebbe molto, attraverso a un referendum via internet, verificare come stanno le cose. Secondo, chi sarebbe chiamato a distinguere tra i (pochi) nuovi Basquiat, cui dovrebbe essere affidato il compito di colorare la città, e i (tanti) teppisti che sporcano i muri per il puro gusto di sporcarli, e che anzi andrebbero perseguiti con maggiore energia di quanto sia stato fatto finora? Terzo, non sarebbe il caso che, prima di esternare su problemi che non riguardano solo i suoi gusti personali di critico d’arte, ma l’intera cittadinanza, Sgarbi si consultasse con il sindaco e i suoi colleghi di giunta, se non altro per evitare i cortocircuiti sintetizzati dal titolo del Giornale?
Sgarbi, che ha ottenuto la poltrona di assessore alla cultura in cambio della rinuncia a presentarsi alle elezioni con una propria lista, può senza dubbio dare un validissimo contributo al rilancio della cultura a Milano, con l’entusiasmo e la capacità organizzativa che nessuno gli nega. Ma una cosa è apprezzare personalmente una certa forma di arte (che neppure tutti riconoscono come tale), un’altra è tentare di imporre alla cittadinanza non solo un cambiamento di linea, ma addirittura una svolta nell’aspetto della città e la legalizzazione per meriti artistici del Leoncavallo: se non altro, perché non sono cose di sua competenza.