No di Trezzano all’offerta Cabassi

Enrico Lagattolla

«Le soluzioni dei problemi sono a portata di mano. A Milano c’è un tessuto privato sano che queste cose le fa quotidianamente». Così parlava Marco Cabassi, immobiliarista con una mano sulla coscienza. L’offerta: un terreno di proprietà del suo gruppo a Trezzano sul Naviglio, da destinare ai 79 romeni sfollati da via Capo Rizzuto. Colpo di teatro che toglie le castagne dal fuoco ai politici, quelli «che danno importanza ai loro interessi particolari». Plauso generale.
Perché, chiusa via Barzaghi per volontà di Palazzo Marino («Milano ha già fatto abbastanza», aveva detto l’assessore alla Sicurezza Guido Manca), di fronte al dialogo tra sordi che ha per protagonisti Provincia e Comune, gli sfollati si trasferiscono in pianta stabile nella struttura di accoglienza della Caritas. Ma «per non più di dieci giorni, oltre è impossibile», avvisa don Colmegna. E qui entra in scena Cabassi, risolutivo. «Il terreno lo metto io». La fine del tunnel, o quasi. Bello.
Meno bello, dietro la facciata. Breve cronistoria dell’area offerta. La «Cava Cascina Guascona» - questo il nome - è un’ex cava compresa tra i comuni di Milano e Trezzano attiva fino al 1990: trenta ettari (di cui 21 a lago) da cui i proprietari estraggono sabbia che diventa cemento, poi palazzi, poi appartamenti da vendere e affittare. «Business is business», fin qui tutto bene.
Anno 1994. L’assessorato provinciale all’Ambiente, Risorse naturali, Idrauliche e Cave (appunto) interviene e ordina la chiusura dell’area, messa sotto sequestro per inquinamento delle acque del lago. In sostanza, di lì una volta i materiali arrivavano, e lì - a un certo punto - cominciano a tornare.
Ancora, anno 2004, mese di luglio. La cava viene fatta oggetto di indagine da parte della Provincia. Totale, il titolare dell’azienda viene diffidato per irregolarità. «È noto che il gruppo Cabassi - racconta il sindaco di Trezzano Liana Scundi - ha più volte tentato di disfarsi dell’area in questione e della cava, in quanto rappresentano un grave problema per l’uso selvaggio e dissennato da parte di chi ha sfruttato senza criterio il giacimento, usando il lago come discarica».
Di più. «Nei giorni scorsi - fanno sapere dal Comune - incaricati della proprietà ci hanno proposto di acquisire l’area, ma il sindaco ha ribadito la necessità che procedano con la sua bonifica e riqualificazione, prima di ipotizzare una possibile vendita all’Ente Locale».
L’offerta di Cabassi, quindi, viene rispedita al mittente. Il sindaco di Trezzano si dice inoltre «sorpresa che una simile proposta possa essere fatta a prescindere dall’autorità comunale, che è la sola competente per la gestione del territorio e per la destinazione delle aree». Quindi, non solo non se ne farà nulla della «Cava Cascina Guascona», ma per i 79 rom di via Capo Rizzuto non si apriranno le porte di Trezzano. «L’area è assolutamente inadatta, perché inquinata e pericolosa. Le sponde vanno messe in sicurezza, e la profondità dell’acqua varia tra i cinquanta e i settanta centimetri. Considerando che di quei nomadi molti sono bambini, capite quanto sia imprudente ospitarli su quel terreno». In più, «sul nostro comune gravitano altri due campi nomadi che si trovano sul confine del nostro territorio, a Muggiano e Buccinasco». In altre parole, «non ci sarà nessun campo nomadi a Trezzano sul Naviglio». Questa la decisione del sindaco Scundi. Si attende la risposta di Cabassi. «Nella mia famiglia siamo abituati a fare le cose in cui crediamo», diceva due giorni fa. Scritta un’altra pagina di un’odissea che sembra senza epilogo, 79 sfollati continuano ad aspettare.