Il No vince per distacco: 23 punti in più Votanti sopra il 50%

Prodi e Rutelli chiedono riforme con la Casa delle libertà. Udc favorevole: «Impegni congiunti». Ma la sinistra ds chiude la porta: «Mai più Bicamerali»

Alessandro M. Caprettini

da Roma

Vince il «no» distanziando di più di 20 punti percentuali chi riteneva giusta l’idea di cambiare Costituzione. Ma il risultato che si legge tra le righe dice molto ma molto di più. Racconta di una adesione superiore alle attese: era da 10 anni - come ha ricordato Giuliano Amato - che non si superava il 50,1% dei votanti complice la referendum-mania degli ultimi tempi. Stavolta ha votato il 53,6% degli italiani.
Vince il «no», e per distacco. Ma un’ennesima volta si è dimostrato che buona parte del Nord è in sofferenza. Lombardia, e Veneto hanno fatto prevalere i sì, in Piemonte e Friuli il no è passato dopo testa a testa. Più marcata la differenza in Liguria e scontata l’affermazione degli oppositori in Val d’Aosta e Trentino Alto Adige dove si rimane regioni a statuto speciale e non alla pari delle altre. Mentre il Centro-Sud ha generato una valanga di no, per motivi ideologici (Emilia, Toscana) e forse anche per qualche timore (il Mezzogiorno).
Ma dice soprattutto il voto di domenica e lunedì che a questo punto - tranne colpi di scena - le riforme tornano in un cassetto da dove chissà quando verranno rispolverate. Perché se il buongiorno si vede dal mattino, non si possono sottacere le posizioni di chi - e sono parecchi - da sinistra ha già fatto sapere che la vicenda è da considerarsi chiusa. E per sempre. La sinistra diessina, con Salvi e Villone, ha infatti sentenziato che il ricorso al popolo sovrano manifesta la volontà di rimanere fedeli all’impianto del ’48. «Mai più Bicamerali» ha tuonato l’ex presidente della Rai Zaccaria (Ulivo). «Sconfitto un patto diabolico» ha urlato Manuela Palermi (Pdci).
Certo: c’è chi, D’Alema in testa, rileva che a questo punto «occorre un confronto serio sul futuro del paese». Anche Prodi è intervenuto sostenendo la necessità di aprire un dialogo su riforme e e legge elettorale con le opposizioni, stoppando la tentazione di voti a maggioranza. Ma con chi lo organizzano il confronto se tra le loro schiere aumenta di ora in ora il numero di chi rifiuta di voler prendere in considerazione un tavolo di trattativa? Che ci sia bisogno di riforme arriva a dirlo addirittura Oscar Luigi Scalfaro che prima della chiamata alle urne girava per la penisola rispolverando i suoi «non ci sto!». Adesso, a urne chiuse, suggerisce di deporre «odii e polemiche». Ma come, visto che dal centrosinistra partono solo mugolii di gioia per aver abbattuto il progetto del centrodestra e secchi veti a cambiare la gloriosa carta nata dalla Resistenza? Persino Fassino, ebbro del 61 e passa per cento, esulta per il fallimento del «tentativo di chi voleva sfasciare» il sistema, vedendo addirittura come «strumentale e infondata» la tesi di chi vuole il Nord egemonizzato dal centrodestra. Pare quasi essersi scambiato di posto col vecchio Cossutta che, da inflessibile cultore della Carta, ieri - dopo lettura del voto - ha convenuto che «il Nord dovrebbe far riflettere...».
C’è poco spazio, almeno al momento per le mediazioni. «Perduta una occasione irripetibile» va ripetendo Peppino Calderisi, patron del comitato per il sì. Non crede che ce ne sarà un’altra, diversamente da Bossi: «Si va avanti comunque», dice ai suoi dopo un lungo silenzio rotto appena da un imperdonabile assolo di Speroni («Gli italiani fanno schifo! L’Italia fa schifo!»). Il Senatùr non ha intenzione di mollare sul federalismo e, a quel che si capisce, anche sull’appartenenza alla Casa della Libertà: «La CdL? - afferma del resto Calderoli - Va rivista su nuove basi».
Trovare intese: a sinistra qualche leader lo intona come un refrain. Rutelli ammette che occorre «riformare assieme», ma come può dialogare con i leghisti se, giusto al suo fianco, Parisi parla di «messa a verbale da parte del popolo di un chiaro no a un disegno eversivo»?
«La palla passa al centrosinistra» osserva D’Onofrio, forse perché la sua Udc era molto tiepida sulla riforma e in quanto il segretario Cesa ammette la necessità di «impegni congiunti». Ma ancora Calderoli, dopo riunione con Bossi, scarta decisamente l’idea: «Fare le riforme con la sinistra è difficile». Forse perché, come annota l’ex ministro La Loggia, l’interrogativo resta inevaso: «Dialogo? Ma davvero la sinistra lo vuole? E quale sinistra: Prodi o Bertinotti?». E oltre a questo resta un nodo non sciolto: «Cresce il divario tra Nord e resto del paese» commenta Bondi. Davvero possibile far finta di niente?