Nobel a un italiano d'America: è il re del Dna

Il premio per la medicina al veronese Mario Capecchi: "Nella Penisola poche opportunità per i giovani, ora spero arrivino più fondi". Ha rivoluzionato gli studi sulle malattie genetiche. Il futuro? "Estendere le ricerche dai topi ad altri organismi"

Nella nostra lingua sa dire solo una parola: «Ciao». Questa è la storia di un italiano d’America. Cartolina dagli States con tanto di premio Nobel. Mario Renato Capecchi lo ha vinto ieri per la medicina. Nato a Verona nel 1937, il professor Capecchi ha compiuto settant’anni sabato scorso esprimendo un solo desiderio: «Invecchiare stando bene in salute». Una vita trascorsa negli Usa, il «nuovo mondo» raggiunto quando aveva appena 9 anni e da allora mai più abbandonato. È qui che Capecchi ha studiato, un «paradiso » la vita nei college rispetto alla sua triste esistenza di bambino povero e abbandonato. Un’infanzia drammatica che rende ancora più prestigioso il successo di quest’uomo diventato il numero uno tra gli «ingegneri del Dna». Più di mezzo secolo trascorso a studiare il mistero delle cellule embrionali. Fino a carpirne i segreti più reconditi.

Un pioniere della scienza che ha nel gene targeting il suo personale marchio di fabbrica utilizzato oggi dai ricercatori di tutto il mondo per «costruire» topi con mutazioni inserite in un qualsiasi gene. Spiegano gli esperti che «la potenza della tecnica è tale che il ricercatore può scegliere sia quale gene mutare sia come farlo». Ma perché la sperimentazione di Capecchi hameritato il Nobel? Il merito dello scienziato italo-americano è quello di aver aperto una finestra attraverso la quale si intravedono nuovi orizzonti su tutti gli aspetti della biologia dei mammiferi, inclusi cancro, embriogenesi, immunologia e neurologia. In altri termini il modello- Capecchi consente di «elaborare qualsiasi modello di malattia genetica umana in animali da laboratorio, studiarne l’evoluzione e verificare l’efficacia di potenziali terapie contro la stessa».

Applicazioni concrete? «In un prossimo futuro nuovi approcci alla terapia genica basati sul gene targeting potranno essere usati per correggere un gene endogeno difettoso nel tessuto umano», spiega il neo-Nobel. Queste nuove strategie di terapia genica mirate saranno dirette alla causa prima della malattia piuttosto che ai sintomi. Con Capecchi salgono a quattro gli scienziati italiani che in oltre un secolo di Nobel hanno conquistato il premio per la Medicina. Il primo, nel 1906, fu Camillo Golgi che fu anche il primo italiano a portare in patria una medaglia dell’Accademia. Sessantanove anni dopo il premio tornò a un italiano, Renato Dulbecco. Nel 1986 fu il turno di Rita Levi Montalcini e ora dopo, 21 anni, di un oriundo italiano. «Grazie al solco tracciato da Mario Capecchi, nei prossimi quattro-cinque anni potranno essere ottenuti in tutto il mondo almeno 300mila topi mutanti che permetteranno di studiare le basi genetiche di malattie molto comuni, come quelle cardiovascolari o il diabete», assicura Glauco Tocchini Valentini, direttore dell’Istituto di biologia cellulare del Cnr. «È ungrande onore, davvero inaspettato, un grande onore per il nostro laboratorio, la nostra università e anche per l’Italia» sono state le prime parole di Capecchi, raggiunto alle tre di notte dalla telefonata che gli annunciava il premio. «È stata una sorpresa, perché ci sono centinaia di persone che meritano il Nobel e così non sai mai a chi verrà assegnato».

Capecchi ha sottolineato che con la sua équipe ha «cominciato a lavorare più di 20 anni fa, e ci sono voluti più di dieci anni di sviluppo delle ricerche che hanno portato ai primi mutamenti genetici nei topi utilizzando cellule staminali embrionali. Ora - precisa - stiamo modellando diversi sarcomi, che sono tumori che colpiscono soprattutto bambini e ragazzi e per i quali non ci sono cure». «Oggi lavoriamo solo sui topi - ha aggiunto - mi piacerebbe estendere le ricerche ad altri organismi molto più difficili da studiare, per capire come mai hanno sistemi immunitari che contrastano le malattie molto meglio di altri. Il progetto che ho iniziato durerà 20 anni: spero di farcela».

I suoi rapporti con l’Italia? «La visito spesso durante l’anno. L’Italia è molto importante per me. Mia figlia ha appena passato un anno a Bologna per studiare all’Università e ora lei è molto più a suo agio con l’italiano rispetto a me». E per il suo paese d’origine ha un augurio: «Spero che vedremo elargiti più fondi ai nostri scienziati - ha detto a Sky - perché bisogna utilizzare la creatività e il talento italiano ». «Credo che sia più difficile in Italia fare ricerca - ha aggiunto -. Un vantaggio degli Stati Uniti è che danno una possibilità ai giovani». Felici anche gli altri due scienziati che divideranno il milione e 540mila dollari del premio con Capecchi: l’americano Oliver Smithies e il britannico Martin Evans.