Il Nobel per la letteratura? Diamolo ad Assange

Visto che l’impatto politico è l’unico criterio di valutazione delle opere, tanto vale premiare i files del ribelle australiano
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Non lo si può più dire, non lo si può più pensare, e soprattutto oggi, poiché chiunque scrive, chiunque pubblica, chiunque pensa, chiunque è uguale a chiunque altro, bisogna ascoltare chiunque e leggere chiunque, bella storia. Eppure la letteratura è elitaria per definizione, e nell’egualitarismo non può esservi opera d'arte ma solo un’opera più o meno pia, e quindi, per esempio, in arte, chissenefrega di quanto sei buono? Di quanto ti preoccupi del mondo? Insomma, chi ha ucciso l’eccellenza a favore delle pari opportunità espressive?

Tanto per cominciare l’ideologia, lo spostamento del valore dall’ambito estetico a quello etico, o meglio civile, pragmaticamente politico. Non è una questione solo italiana, ormai perfino i Nobel per la letteratura si danno in base a criteri di lotta sociale: hai lottato per il tuo popolo, hai lottato per il femminismo, hai lottato contro un regime, hai lottato per la pace, hai lottato per il bene, hai lottato per Israele o per la causa palestinese, basta ci sia una causa non letteraria.

Uno scrittore non umanitario, non preoccupato dei problemi del mondo, non va neppure preso in considerazione, figuriamoci uno scrittore eccelso ma dichiaratamente stronzo. Negli Stati Uniti se ne lamenta Harold Bloom da anni, denunciando il cancellamento dei canoni e i danni del multiculturalismo, una moda ormai globale secondo cui non esistono, non devono esistere montagne, solo pianure, e nessun gigante, solo nani. Dire che Shakespeare o Faulkner o Beckett rappresentano una vetta artistica offende implicitamente la letteratura del Burundi, e appena uscirà uno scrittore dal Burundi noi lo premieremo, perché è del Burundi, è già un valore, lo attendiamo a braccia aperte.

Così anche in Italia non siamo da meno, e ogni scrittore si sente in dovere di firmare appelli e mobilitarsi per la proprio partito, per la condizione delle donne, per la condizione degli operai, contro Berlusconi, a favore o contro la Mondadori, per la libertà di stampa anche se non si vive in Iran o in Cina; o perché scrive di ebraismo, di disoccupati, di immigrati. Come minimo comune denominatore, quando non è la difesa dell’espressione di qualsiasi stronzata narrativa e alla pari con la retorica del rispetto delle opinioni (lo sentiamo spesso in televisione «è una tua opinione, la rispetto»), c’è il rifiuto della gerarchia estetica a favore del sociologismo etico.
I critici addetti ai lavori sono appunto addetti ai lavori: valori di scrittura puramente giornalistica, come la lotta alla camorra, vengono continuamente scambiati per valori letterari, per cui se dici che Gomorra artisticamente è un’opera irrilevante sei un camorrista perché l’opera deve essere utile come un disegno di legge.

Ma perfino i grandi scrittori, coloro che dovrebbero difendere l’eccellenza dell’arte, ne sono vittime. Al riguardo ricordo lunghissime discussioni con Antonio Moresco, perché affermare che una cosa è arte e l’altra non è, affermare che un’opera è un capolavoro e l’altra non è letteratura, non gli sembrava molto democratico, e dunque anche distinguere tra genere e non genere, tra letteratura e narrativa di consumo, tra alto e basso, sopra e sotto, Highbrow e Lowbrow, Midcult e Masscult, era un tabù senza parole, ci saremmo capiti di più parlando di kamasutra e si girava a vuoto intorno a una parola impronunciabile. Il «popolare» era bene per definizione, e allora Moccia, Ammaniti o Camilleri sono più popolari di te, come la mettiamo? Al massimo si dà la colpa al sistema, i lettori sono manipolati dalle macchine editoriali del male.

Comunque sia, la feci breve: come distinguere il valore di Canti del caos da quello di Gomorra? Siccome le risposte di Moresco non le capivo, lo chiesi anche a Carla Benedetti, la quale mi obiettò come il concetto di arte fosse borghese e troppo elitario e andasse «aggiornato». Passi pure questa, ma come? Incalzata dal sottoscritto su quale fosse la parola giusta per installare un updating, all’opera d’arte mi propose il concetto, secondo lei più democratico, di «forza» (come se non fosse ugualmente gerarchico, dal suo punto di vista, e forse perfino peggiore, quindi il problema uscì da La Porta, teorico dell’esperienza, e rientrò dalla finestra della Benedetti con le parole di Obi Wan-Kenobi). In sintesi il valore letterario ormai prescinde dalle strutture, dalla lingua, dai precedenti letterari, e nella sua espressione più alta è riassumibile in una serie di appelli, mobilitazioni, insurrezioni e buoni propositi tanto chiassosi quanto piccini, sindacali, circoscritti a una causa, a brevissima scadenza. Non si salva nessuno: perfino un assoluto individualista come Aldo Busi, per il quale in letteratura esiste solo Aldo Busi, da anni non fa che porsi al pubblico come esempio morale, fiscale, politico, etico, proponendosi come modello di cittadino esemplare perfino a L’isola dei famosi, e infatti lo sentirete parlare di politica, mai di letteratura.

La cosiddetta cultura di destra non fa eccezione, essendo il rovescio della medaglia della cultura di sinistra è appunto la stessa medaglia e segue il medesimo riflesso condizionato: quando non sono tristissimi circoli di poeti ciellini o nostalgici fascisti, non c’è intellettuale di destra che, oltre alla parabola di Pasolini e i poliziotti (o, nella variante cattolica, la topica edificante di Pasolini e l’aborto), prima o poi non ti sciorini i soliti nomi, in base a criteri di appartenenza ideologica, anche qui extraletteraria: Céline, Jünger, Pound, Mishima, e avanti fino a Carmelo Bene, e a sentirli lì tutti in fila ti viene da solidarizzare anche con la fucilazione di Brasillach. Come se tra l'altro Cervantes, Sterne, Dostoevskij, Swift, Laclos, Leopardi, Proust, Joyce, Musil, Mann, Kafka o Gadda fossero ideologicamente iscrivibili al marxismo-leninismo.

Ma a questo punto, sapendo cosa conta in letteratura, quali sono i valori importanti, possiamo pronosticare: a chi sarà dato il prossimo Nobel per la letteratura? Al momento, leggendo i commenti degli intellettuali e degli scrittori impegnati, scommetterei su Julian Assange, perché Wikileaks ha tutti i requisiti per essere un capolavoro.