Il Nobel Mundell: «Così si mette a rischio la ripresa»

«Un altro rincaro finirebbe per favorire solo gli Usa»

Guido Mattioni

nostro inviato a Venezia

L'aumento di un quarto di punto del costo del denaro in Europa non dovrebbe provocare grandi danni. Ma se l'istituto centrale intendesse perseguire una politica di alti tassi, allora sì ci sarebbe il serio rischio di danneggiare la ripresa del Vecchio Continente, già debole rispetto alla crescita del gigante americano. Parola di un americano di adozione (anche se canadese di nascita) - il professor Robert Mundell, premio Nobel per l'economia nel 1999 - che tuttavia può essere considerato (e si considera) a buon diritto anche un cittadino del Vecchio Continente. Sia per essere stato uno dei padri della moneta unica; sia soprattutto, oggi, per il suo dividersi tra la cattedra alla Columbia University di New York e la bellissima magione affacciata sull'incanto delle Crete Senesi. Mundell faceva parte del panel di premi Nobel che ieri a Venezia hanno animato l'edizione 2005 dei Colloquia del Progetto Italia di Telecom.
Allora, professore, alla fine l'istituto centrale di Francoforte ha deciso di alzare i tassi.
«Non è una sorpresa, dato che se ne parlava insistentemente, ma direi che su una scelta così importante avrebbe dovuto essere aperto un dialogo, un dibattito. Magari sapendo prima che tipo di dialogo avremmo voluto, se quello tra i politici o quello tra i banchieri. Dialogo o no, Trichet ha poi messo in atto la sua intenzione».
Lei che cosa ne pensa?
«Mi faccia ricordare prima alcune cifre e pochi, ma illuminanti fatti, cinque in tutto. Primo: oggi nel mondo l'inflazione è bassa, si aggira in media sul 2%, e tuttavia la Bce sembra ostinarsi a volerla far scendere allo 0%. Secondo: il prezzo dell'oro è salito nei Paesi dell'area asiatica. Terzo: l'indice dei prezzi al consumo è cresciuto dello 0,2% là dove era al 2%. Quarto: l'industria manda segnali negativi. Quinto: la quotazione dell'euro è attualmente bassa. Il combinato disposto di questi fattori ci spiega da solo perché l'opinione diffusa sia contraria a una politica di alti tassi di interesse».
Ce le spieghi nel dettaglio lei, le ragioni di questo «perché».
«In realtà è una ragione unica, ed è molto semplice. La crescita dell'Unione europea è attualmente debolissima, inchiodata allo 0,6%, ben al di sotto di quella che invece sta attraversando l'economia statunitense anche grazie al parallelo boom demografico. Una politica di tassi alti in questo momento rischierebbe invece di bloccare anche quella ripresina, con conseguente instabilità e aumento del deficit pubblico».
E chi ci guadagnerebbe?
«Chi ci ha sempre guadagnato, gli Stati Uniti, che sono sempre riusciti a incassare tutti i grandi favori mondiali».
Restando all’Europa e alla sua moneta, come la giudica oggi?
«Anzitutto valuto il fatto che nel suo rapporto con il dollaro l'euro è passato in pochi anni, da una quotazione d'esordio di 82 cents a una di 1,39. Il che significa un più 70%. Una performance che non ha precedenti sul mercato valutario mondiale. E senza una rilevante inflazione. Ma ora la moneta unica deve trovare un suo equilibrio, in un rapporto tra 1 e 1,20 con la divisa americana».